Fiano

Il Fiano è un vitigno bianco italiano che viene coltivato principalmente nella regione Campania del sud Italia e nell’isola di Sicilia . In Campania, questa uva da vino bianca aromatizzata abbastanza forte è particolarmente nota intorno ad Avellino dove viene prodotto il vino di Fiano di Avellino Denominazione di origine controllata e garantita (DOCG). L’uva ha una lunga storia nella regione campana e si crede che sia stata l’uva dietro l’ antico vino romano Apianum . Ancora oggi, il nome Apianum è autorizzato a comparire etichette dei vini del vino DOCG Fiano di Avellino.

Fuori dall’Italia, diversi produttori di vino australiani hanno iniziato a utilizzare l’uva. La produzione sembra essere in aumento, anche se il numero di vigneti in crescita è ancora ridotto. Un luogo di produzione si trova nella regione vinicola di McLaren Vale , nell’Australia meridionale e nella regione vinicola della Hunter Valley nel New South Wales.  Più recentemente, alcuni produttori di vino in Argentina producono Fiano nel distretto di La Rioja , a nord di Mendoza .

Al di là dei suoi forti sapori e delle intense note aromatiche , la vite di Fiano è nota in maniera viticulturale per le rese relativamente basse che produce. 

Ampelografi e storici del vino considerano Fiano una “vite classica” del sud Italia che probabilmente ha le sue origini nell’antica viticoltura romana e forse potrebbe essere stata coltivata addirittura dagli antichi greci prima di loro. Lo scrittore di vini Jancis Robinson nota che alcuni storici ipotizzano che il Fiano potrebbe essere stato l’uva dietro al vino romano Apianum prodotto nelle colline sopra Avellino. Il vino era prodotto da un’uva conosciuta dai Romani come vitis apiana , con la radice di apiana che è il latino delle api. Ancora oggi le api sono fortemente attratte dalla polpa zuccherina delle uve di Fiano e sono una vista prevalente nei vigneti intorno ad Avellino. 

Le piccole bacche di Fiano di solito producono poco succo e, data la propensione naturale delle viti a basse rese, possono rendere il Fiano una varietà non redditizia da coltivare. Fu per ragioni come questa che Fiano vide declivi significativi per gran parte dell’Ottocento e del Novecento, in quanto i coltivatori sradicavano l’uva in favore di varietà come il Trebbiano e il Sangiovese che potevano produrre maggiori quantità di vino. Tuttavia, negli ultimi anni, la varietà ha goduto di un aumento di interesse poiché le regioni vinicole meridionali italiane vedono un afflusso di investimenti nella modernizzazione delle tecniche e delle attrezzature enologiche , nonché un desiderio di rivitalizzare le varietà autoctone e classiche.

L’uva Fiano è strettamente legata al vino DOCG campano del Fiano di Avellino . In prossimità dell’estinzione nella seconda metà del XX secolo, l’interesse per la varietà, capeggiata da produttori come Mastroberardino , vide una rinascita della piantagione intorno ad Avellino. Alcuni dei più notevoli impianti di Fiano si trovano nelle piantagioni di nocciole intorno ad Avellino con degustatori di vino come Jancis Robinson, osservando che i vini prodotti da queste uve possono avere un leggero sapore di nocciola.

Nel 2003, l’area intorno ad Avellino ha ottenuto lo status di DOCG per il vino prodotto a Fiano. Per il Fiano di Avellino DOCG, almeno l’85% del vino deve essere prodotto con Fiano con Greco , Coda di Volpe e Trebbiano autorizzati a completare il resto della miscela. Le uve destinate a questo vino DOCG devono essere limitate a una resa massima di raccolta di 10 tonnellate/ettaro e fermentate ad un livello alcolico minimo dell’11,5%. Le leggi sui vini italiani consentono ai produttori di utilizzare il nome Apianuminsieme alla denominazione DOCG del Fiano di Avellino per mostrare il legame del vino moderno con il vino storico romano.

Le due facce del Nerello

Il Nerello Mascalese

Il Nerello mascalese, detto anche Negrello (Niuriddu mascalisi in siciliano) è un vitigno che cresce prevalentemente sull’Etna, in provincia di Catania, e, nella zona di Torre Faro in provincia di Messina. Esso concorre per l’80-100% alla produzione del vino Etna DOC; per il 45-60% alla produzione del vino Faro DOC.

Vitigno autoctono delle pendici dell’Etna, la sua nascita si perde nella notte dei tempi. Viene coltivato tradizionalmente fra i 350 e i 1000 s.l.m. nella forma ad alberello, ma oggi anche a cordone speronato. Il suo nome è dovuto al fatto che da secoli viene coltivato nella zona della Contea di Mascali su dei terreni costituiti, per gran parte, da sabbie vulcaniche. Un’altra zona di coltivazione, ricca inoltre di strutture che ne producono vino nostrano è quella di Passopisciaro, Trecastagni, Biancavilla, Viagrande e altre. La sua uva ha una caratteristica forma oblunga e di colore rosso chiaro. Matura molto tardi e la sua vendemmia viene effettuata fra la seconda e la terza settimana di ottobre. I vini prodotti con questo vitigno sono a elevata gradazione alcolica (13-14°) e molto spesso, ma non sempre, destinati a un lungo invecchiamento. I vini prodotti ottenuti dalla vinificazione di questo vitigno hanno una grande variabilità a seconda della zona di coltivazione. Il nerello mascalese, infatti, come altri vitigni nobili (nebbiolo, pinot nero), ha una notevole sensibilità all’annata e al territorio di provenienza.

Il Nerello Cappuccio

Il Nerello cappuccio (conosciuto anche come Nerello mantellato) è un vitigno coltivato alle falde dell’Etna nella provincia di Catania, e nella provincia di Messina, che concorre alla produzione dei vini Etna DOCc e del Faro DOC.

Il Nerello cappuccio è un vitigno autoctono che cresce sulle pendici del vulcano Etna fra i 350 e i 900 s.l.m.. Esso concorre, per circa il 20% alla produzione del vino Etna rosso. Il suo nome è dovuto alla particolare conformazione della pianta, coltivata ad alberello.

La sua origine non è nota ma viene coltivato in loco da diverse centinaia di anni. La sua produzione è andata calando anno dopo anno e per un certo periodo se ne è temuta l’estinzione. Come il Nerello mascalese, con cui concorre alla produzione dell’Etna rosso, viene raccolto molto tardi, verso la metà del mese di ottobre.

I vitigni di Marco Sara

Picolit

Il Picolit (pronuncia corretta picolìt, dall’omonima voce in lingua friulana, che indica le ridotte dimensioni del peduncolo, pecol o picol) è un vitigno a bacca bianca autoctono del Friuli conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.

La particolarità di questo vitigno sta nel fatto che a causa di un difetto di impollinazione, sui grappoli si sviluppano pochi acini. La scarsa quantità di chicchi su ogni grappolo fa sì che a maturazione raggiunta diventino particolarmente dolci. La successiva vinificazione dà luogo ad un vino dalla spiccata dolcezza che può essere anche affinato in barrique.

Tocai Friulano

Il Friulano è un vitigno a bacca bianca, largamente coltivato in Friuli-Venezia Giulia. Fino al 2007 era denominato Tocai.

Tralcio legnoso e di colore scuro con gemme piccole e schiacciate – foglia medio-grande, orbicolare, tri o pentalobata, seno peziolare chiuso e pagina inferiore glabra – grappolo medio, tronco-piramidale, alato e mediamente compatto – acino rotondeggiante (a volte leggermente ovoidale) con 1-2 vinaccioli di media grossezza e buccia pruinosa di colore verde-giallo. La maturazione è medio-precoce, la vigoria è molto buona.

Fino a pochi anni fa il vitigno Friulano prendeva il nome storico e famoso di Tocai Friulano. Alcuni accordi tra Italia e Unione Europea del 1993 hanno vietato l’utilizzo del nome “Tocai” a partire dal marzo del 2007, in quanto troppo simile a quello della denominazione di origine controllata ungherese del vino Tokaji e all’omonima zona di produzione. La somiglianza è relativa solo ed esclusivamente al nome in quanto il Tocai Friulano ed il Tokaji Ungherese sono completamente diversi come vini per colore, profumo, gusto e come metodi di produzione, e come vitigni (il vino Tokaji è prodotto tipicamente dai vitigni FurmintHárslevelü e Sárgamuskotály, che è un Muscat Blanc à Petits Grains). Da considerare anche che il Tokaji ungherese non è un unico vino, ma vari vini provenienti dalla stessa zona della città di Tokaj in quanto è una DOP con diverse tipologie di vino.

A gennaio 2008 la regione Friuli Venezia Giulia intentò un ulteriore ricorso per fare annullare la sentenza. Ma il 15 novembre 2008 la Corte Costituzionale giudicava costituzionalmente illegittima la legge regionale del Friuli Venezia Giulia 24/2007, che stabiliva la possibilità di utilizzare il nome Tocai per la vendita sul territorio italiano. Dalla vendemmia 2008, non è più consentito utilizzare il nome Tocai nelle etichette.

Le decretazioni effettuate comportano che, oltre al Tocai, in Friuli, sia fuorilegge il Tai e tajut, come risulta dalla normativa europea, che riserva assolutamente la denominazione Tai -e variazioni- al solo “fu Tocai”, con provenienza dal Veneto.

Le decretazioni stabiliscono, in altri termini, che qualsivoglia “Tai” e tutte le variazioni di fantasia non possano altro che indicare il Tocai Veneto. In Lombardia, per la DOC San Martino della Battaglia, si è riesumato l’antico nome Tuchì per designare il vitigno.

Nel merito si applicano le normative europee relative alle indicazioni DOP e IGP.

Altro sinonimo per il vitigno friulano è il nome “Tocai friulano” che non dovrebbe essere utilizzato per evitare qualsiasi confusione con il Tokaji.

Per evitare qualsiasi ambiguità o errore, occorre parlare di “Friulano” intendendo con questo l’ex vitigno (friulano) Tocai. Non si deve parlare di vino Tocai, dato che l’Italia ha perso il diritto di utilizzare un nome simile per qualsiasi vino a favore del Tokaji ungherese.

È stata avanzata un’ipotesi secondo la quale il vitigno ungherese Furmint (che è alla base del vino ungherese Tokaji) abbia origini italiane, e derivi dal nome della nobile friulana Aurora Formentini, che nel Seicento portò in Ungheria delle viti di Tocai friulano, come dote matrimoniale.

L’antico contratto matrimoniale di Aurora Formentini, quando andò in sposa al conte ungherese Adam Batthyany nel 1632, annovera, tra i vari beni portati in dote dall’antenata dei conti di San Floriano del Collio, anche «…300 vitti di Toccai…» coltivate già all’epoca nelle campagne di Mossa e San Lorenzo Isontino .

Questo, per i sostenitori della tesi, proverebbe l’origine italiana del vitigno Tocai.

Per la produzione di vino a base di friulano si utilizza la vinificazione in bianco. La maggior parte di vino ottenuto è secco anche se non mancano versioni di vini passiti o liquorosi a base di friulano: un esempio è la DOC lombarda San Martino della Battaglia liquoroso.

Le uve vendemmiate vengono immediatamente portate in cantina, dove si provvede alla diraspa-pigiatura. Queste due tecniche, anche se effettuate con l’uso di un solo macchinario, devono essere ben distinte tra loro, in quanto per diraspatura si intende la separazione degli acini dal loro sostegno, cioè il raspo, mentre per pigiatura si intende lo schiacciamento dell’acino per ottenere la fuoriuscita dei gran parte del mosto. Al termine della pigiatura la “miscela” di mosto e bucce viene immessa nella pressa, un macchinario atto ad ottenere la maggior quantità di liquido possibile tramite la vera e propria pressatura delle bucce. Questo processo deve però essere abbastanza lento, per evitare che nel mosto da cui si otterrà il vino entrino sostanze non volute, come ad esempio i tannini ruvidi dei vinaccioli, delle sostanze polifenoliche che causano un’elevata astringenza del vino. Al termine della pigiatura il mosto viene portato nelle vasche di decantazione, dove viene trattato con degli enzimi (detti “pectolitici”) o dei chiarificanti (“bentonite”) per togliere la gran parte delle sostanze in sospensione. Al termine di questo processo, che può durare molte ore, si può dare inizio alla fermentazione alcolica inoculando nel mosto i lieviti del ceppo Saccharomyces cerevisiae. Questi lieviti utilizzano lo zucchero contenuto nel mosto per formare poi l’etanolo, ovvero l’alcool che noi percepiamo nel momento in cui beviamo il vino. Al termine della fermentazione, che dura più o meno 30 giorni, il vino ottenuto viene lasciato a riposo in un’altra vasca. Da qui, con successive lavorazioni e stabilizzazioni (travasi, filtrazioni,…) si arriva al momento dell’imbottigliamento. A questo punto il Friulano è pronto per essere consumato.Diversi produttori hanno anche etichette dedicate al friulano vendemmia tardiva, passito e liquoroso.

La sua caratteristica principale, come vino, è il gradito profumo e sapore di mandorla amara, che porta quindi i produttori a non eccedere con i profumi dovuti all’invecchiamento. Se così fosse si avrebbe un vino troppo impegnativo, pesante, che sazia al primo sorso, non più elegante e beverino, come invece il Friulano dovrebbe essere. Un’altra evidente caratteristica di questo vino è il retrogusto amarognolo, gradito in quantità limitate ovviamente. Per quanto riguarda il colore, quello del Friulano deve essere caratterizzato da un giallo paglierino molto scarico; segno questo di gioventù e di eleganza.

La sua caratteristica principale, come vino, è il gradito profumo e sapore di mandorla amara, che porta quindi i produttori a non eccedere con i profumi dovuti all’invecchiamento. Se così fosse si avrebbe un vino troppo impegnativo, pesante, che sazia al primo sorso, non più elegante e beverino, come invece il Friulano dovrebbe essere. Un’altra evidente caratteristica di questo vino è il retrogusto amarognolo, gradito in quantità limitate ovviamente. Per quanto riguarda il colore, quello del Friulano deve essere caratterizzato da un giallo paglierino molto scarico; segno questo di gioventù e di eleganza.

Verduzzo Friulano

Verduzzo (o Verduzzo Friulano ) è un bianco vino italiano di uva coltivate prevalentemente nella regione Friuli-Venezia Giulia regione del nord-est Italia. Si trova anche nelle piantagioni significativi nel Piave Denominazione di origine controllata (DOC) del Veneto regione, anche se alcuni di questi impianti possono essere di separato Verduzzo Trevigiano varietà. Il Verduzzo Friulano viene utilizzato in vini varietali e misti , molti dei quali rientrano nelle denominazioni DOC e in quelle da vino da tavola , che variano nello stile dai vini secchi a quelli tardivi . Secondo l’esperto di vini Oz Clarke , la maggior parte degli esempi più dolci di Verduzzo si possono trovare nel Friuli-Venezia Giulia con l’uva utilizzata per gli stili di vino progressivamente più secchi, più a ovest verso il Veneto. 

L’uva è ampiamente associata al Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) del Ramandolo che ha ottenuto lo status di DOCG nel 2001. [3] È spesso presente anche nei vini DOC dei Colli Orientali del Friuli . L’esperta di vini Karen MacNeil ha dichiarato che il Ramandolo, con il Verduzzo, è uno dei ” vini da dessert più leggeri e squisiti fatti ovunque”. 

Secondo gli scrittori di vino Joe Bastianich e David Lynch , Verduzzo ha il potenziale di produrre vini dolci mielati con una nota agrumata simile a “una gelatina di arance caramellate ” e un po ‘di bianchi tannici secchi con note ” gessose “.

Verduzzo ha una lunga storia nel nord-est dell’Italia con la prima testimonianza scritta dell’uva risalente al 6 giugno 1409, in un elenco di vini serviti ad un banchetto a Cividale del Friuli in onore di Papa Gregorio XII . Secondo il racconto, un vino Verduzzo del comune di Faedis in provincia di Udine è stato servito insieme a un Ramandolo della frazione Torlano di Nimis . Considerando che Ramandolo è un sinonimo primario di Verduzzo e la moderna Denominazione di origine controllata e Garantita(DOCG) Il vino dolce da dessert della regione è prodotto esclusivamente con Verduzzo, è probabile che entrambi i vini menzionati nel documento provengano dalla stessa uva con potenzialmente un vino come uno stile più secco e l’altro dolce.

Il vitigno Verduzzo tende a prosperare su terreni collinari con una buona esposizione al sole, che conferisce a questa varietà da metà a tardiva un ampio intervallo di tempo per raggiungere la completa maturazione fisiologica. L’uva tende ad essere molto resistente alla botrite e al marciume che si presta bene alla produzione di vini tardivi .

Al di fuori di Ramandolo, la maggior parte dei vini DOC prodotti da Verduzzo sono etichettati con le denominazioni Friuli Grave e Colli Orientali del Friuli.  Ai sensi della legge italiana sul vino , ogni DOC ha le proprie specifiche per il modo in cui ogni varietà di uva può essere utilizzata affinché il nome del DOC appaia sull’etichetta del vino . Ad esempio, nel Friuli Aquileia DOC, il Verduzzo può essere prodotto come un vino varietale, purché rappresenti almeno l’85% della miscela proveniente da uve che sono state raccolte a una resa non superiore a 12 tonnellate / ettaro e il vino finito raggiunge un livello alcolico minimo di almeno l’11%. 

Nei Colli Orientali del Friuli , un Verduzzo varietale può essere prodotto con almeno il 90% della varietà e altri vitigni autoctoni locali come il Friulano (Sauvignon vert), la Ribolla Gialla , il Pinot bianco , il Pinot grigio , il Sauvignon bianco , il Riesling Renano e Picolit ha permesso di compilare il resto. (Altri DOC Friuli spesso aggiungono Chardonnay , Malvasia , Müller-Thurgau , Riesling Italico e Traminer Aromaticoalla lista.) Qualsiasi uva utilizzata deve essere limitata ad una resa massima di raccolta di 11 tonnellate / ettaro con il vino Verduzzo finito con un livello minimo di alcool di almeno il 12%. 

Il Verduzzo varietale in Friuli Annia, Friuli Aquileia e Friuli Isonzo deve essere fatto al 100% della varietà. In Annia, le uve devono essere raccolte a non più di 12 tonnellate / ettaro con una gradazione alcolica del 10,5%, mentre a Aquileia e Isonzo sono consentite rese più elevate e bassi livelli di alcol (14 tonnellate / ha con APV 10% e 13 tonnellate con 10,5 % APV, rispettivamente). In tutti e tre i DOC, il Verduzzo può essere utilizzato anche nella miscela bianca DOC senza limiti di percentuale a parità di resa e livelli di alcol rispettivamente. Aquileia non consentono una speciale Superiore imbottigliamento per la sua varietà Verduzzo con un più alto livello di alcool minimo dell’11% mentre Isonzo consente anche leggermente frizzante frizzante stile. L’Isonzo DOC produce anche una miscela bianca a fine vendemmia etichettata come Vendemmia Tardiva che può presentare Verduzzo insieme a Friulano, Pinot bianco e Chardonnay. 

In Friuli Grave il fabbisogno varietale è almeno dell’85% con restrizioni di resa di 13 tonnellate / ha e una gradazione alcolica minima dell’11% o del 12% per l’ imbottigliamento Superiore . Il Verduzzo raccolto con rese leggermente più elevate (fino a 14 tonnellate / ha) e con una gradazione alcolica inferiore di almeno il 10,5% è consentito per l’uso nella miscela bianca DOC generale. Il Friuli Latisana ha un fabbisogno varietale simile all’85% e una limitazione della resa, ma un fabbisogno minimo di alcol leggermente inferiore al 10,5%. Il Latisana DOC è anche degno di nota per la sua recente sperimentazione su molti dei suoi vini bianchi, tra cui il Verduzzo, con invecchiamento in botte . 

Mentre quasi tutti i DOC del Friuli specificano la varietà Friuliana come l’unico Verduzzo permesso, il disciplinare DOC per il Veneto DOC Piave e Lison-Pramaggiore (che è parzialmente in Friuli) o non specifica quale varietà Verduzzo o consentire l’uso del Verduzzo Uva Trevigiano Nella Lison-Pramaggiore DOC sia una varietà liscia e gassata spumante stile Verduzzo possono essere prodotti se i conti uva per almeno il 90% della miscela con una restrizione resa di 13 tonnellate / livello di alcool ha e minimo del 11%. In Piave la percentuale varietale è del 95% con rese limitate a 12 tonnellate / ha e una gradazione alcolica minima dell’11%. 

Agricoltori del Chianti Geografico

“Cooperativa fra Agricoltori del Chianti Geografico”, più che la ragione sociale di un nuovo organismo quando apparve sembrò un grido di rivalsa dei chiantigiani contro gli altri viticultori toscani, rei di essersi appropriati del nome del loro territorio.

Nel 1961, in un contesto nel quale lo scippo del nome Chianti stava diventando preoccupante, 17 agricoltori vollero valorizzare lo stretto legame con il loro territorio, ben evidenziato nella carta geografica della Toscana, ovvero il Chianti Geografico.

La definizione società cooperativa può risultare fuorviante; le aziende che nel 1961 si riunirono, lo fecero con il preciso scopo di trovare spazi comuni e strutture che garantissero il miglioramento della qualità del loro lavoro individuale; questo significa che ogni singola realtà continuava a produrre il proprio vino, con la propria etichetta, senza perdere la propria identità.

La terra del Geografico non è solo materia prima, non è solo territorialità intesa come luogo o insieme di luoghi. La terra del Geografico è la protagonista assoluta della loro distintività, è l’ispiratrice del loro saper fare. Una terra che lega e che identifica, che li rende davvero orgogliosi di essere gli Agricoltori del Chianti Geografico.

Gaiole in Chianti

Concepita con tecnologie moderne, è dotata di recipienti di acciaio inox provvisti di un sistema automatico per il controllo della temperatura di fermentazione e di una cantina di invecchiamento che comprende botti di rovere di media capienza e barriques. Dispone anche di una moderna ed efficace linea per l’imbottigliamento e il confezionamento.

San Gimignano

È stata acquisita nel 1989 per la produzione della Vernaccia di San Gimignano e del Chianti Colli Senesi. La cantina dispone di moderni tini di acciaio inox a temperatura controllata, ideali per la vinificazione della profumata Vernaccia, e botti in legno per i freschi IGT e barriques per le selezioni delle migliori annate di Vernaccia.

Pianeta Alabastra ROTTA Sull’infinito

Venerdì 12 Luglio 2019 alle ore 20:30 andrà in scena presso Riserva 24 l’evento targato Pintore & Valentino. L’evento è Pianeta Alabastra ROTTA Sull’infinito. La serata è allietata da abbianmenti e cibi squisiti. La serata si svolgerà così:

PIANETA ALABASTRA
ROTTA SULL’INFINITO

8 VINI 8 PORTATE – DOLCE IMPATTO AROMATICO

BRUT ALABASTRA incontra le zeppoline in cuoppo di pasta cresciuta, fiori di zucchine e acciughe di Iasa.

CAMPANIA GRECO I.G.P. – 2016, dialoga con la fresella di granturco Calabrese, l’insalata paganese, pomodoro,cetriolo, cipollotto e stracciatella serinese.

CAMPANIA FIANO I.G.P. – 2016, si misura con l’agnello irpinodi Bisaccia cotto a mò di porchettacon melenzane alla scapece.

CAMAPANIA FALANGHINA I.G.P. – 2016, ammicca all’equilibrio della penna alla boscaiola serinese.

CAMPANIA FALANGHINA “AGATA” 33.09 I.G.P. – 2017, si confronta con l’insalata di tonno del Mediterraneo di Iasa, la castagna I.G.P. di Serino e la nocciola I.G.P. di Giffoni Valle Piana.

CAMPANIA AGLIANICO I.G.P. – 2016, scopre il caciocavallo podolico irpino grigliato di Nicola Percio da Volturara Irpina.

ISOLA DEI NURAGHI ROSSO “ACHIBERA” I.G.P. – 2016, dona il capicollo di maiale “paesano” scottato con pinzimonio di prezzemolo.

TAURASI “A DIVENIRE” D.O.C.G. – 2016, celebra la “trinità” di spiedo di salsiccia con provola affumicata, peperone crusco e finocchietto selvatico.

Il guest, LIQUORE DI MIRTO sardo esplora il dolce tronchetto di Carmen Vecchione di Dolciarte.

PER INFO E PRENOTAZIONI CHIAMARE AL NUMERO 3924048445

Ora vi presenterò l’azienda Alabastra – CAntine Pintore & Valentino.

Alabastra è il plurale di alabastron che è per eccellenza il contenitore che, nel Mediterraneo, sin dall’antichità, custodiva liquidi e profumi preziosi. L’alabastro è una pietra dura, raffinata, perennemente lucente che sa custodire nel tempo le essenze più raffinate. Come la pietra di cui richiama il nome, Alabastra è un’azienda solida, giovane che racchiude nei suoi prodotti, il frutto di anni di ricerca, studio, sperimentazione e passione quale è quella dei suoi proprietari. La loro impronta stilistica è data dalla sobrietà e dall’assenza d’improvvisazione con una attenzione costante nel cogliere i cambiamenti e le innovazioni, ispirate e spesso condivise, con coloro i quali hanno lasciato un profondo segno nell’enologia moderna e nel gusto mondiale.

I prodotti dell’azienda si presentano con una loro ben individuata caratterizzazione, data da colori, profumi e aromi, espressione di vitigni diversi, allevati nei siti migliori, curati da agricoltori rispettosi del frutto e della terra. La tecnica produttiva adottata è stata all’insegna di una pulizia enologica che li rendesse difendibili dall’omologazione e riconoscibili.

Angelo Antonio Valentino e Lucia Pintore coronano con Alabastra, un lungo percorso nel mondo del vino che li vede uniti nella vita e nelle reciproche professioni, diverse seppure strettamente congiunte.

Angelo, campano, avellinese, enotecnico dal 1989, consegue a Napoli nel 1995 la laurea in enologia all’università di Portici. Esercita la libera professione ed è consulente di molte aziende della sua regione.

Lucia, sarda, cagliaritana, sommelier professionista vincitrice, nel 1987 del il titolo di Miglior Sommelier d’Italia, esercita la libera professione in qualità di consulente enogastronomico per enti e aziende private dal 1985.

Per questo, come loro stessi amano ripetere, i loro vini non seguono le mode ma solo le annate e non sono mai conseguenza della casualità ma pensati per essere il risultato di una stabilità e di un’eventuale evoluzione. Alabastra è un’azienda del presente  proiettata nel futuro. Un futuro non troppo lontano in cui si spera che i due figli  Luigi ed Eleonora possano e vogliano continuare la strada intrapresa dai genitori con l’amore, la voglia di conoscenza, la passione e la dedizione che Angelo e Lucia  mettono oggi in questa impresa.

Gianfranco Soldera

All’Azienda Case Basse Soldera a Montalcino è venuto a mancare il suo fondatore: ciao Gianfranco Soldera.

Sabato 16 Febbraio 2019 alle 10:30 del mattino, tra le sue amate Vigne, si è fermato il cuore di un grande amico e mitico produttore di Vino: Gianfranco Soldera.

Su una verde collina, alta 567 metri sul livello del mare, ubicata alla fine della Val d’Orcia, in Provincia di Siena, sorge un Comune dalla origini antichissime e da una lunga storia, il suo nome è Montalcino.

Cinque milioni di anni fa il Mare Tirreno sommergeva tutte queste terre, oggi per quei miracoli che solo “Madre Natura” riesce a fare, questo Territorio è particolarmente adatto per la coltivazione dei Vigneti di Sangiovese.

Qui nasce uno dei migliori Vini della produzione Enologica Italiana e mondiale: il Brunello di Montalcino.

Il Brunello è un Vino Rosso importante, ricco di struttura, di gusto e di una straordinaria capacità d’invecchiamento, prodotto col 100% di un’Uva eccellente, il Sangiovese Grosso. Dal primo Luglio 1980 al Brunello di Montalcino è stata attribuita la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (D.O.C.G.).

Tra le molte Aziende Vitivinicole di questo speciale Territorio una, particolarmente, è sempre stata vicina al mio cuore, si chiama “Case Basse Soldera”; la amo non solo per il grande Vino che produce ma anche per quel viticoltore straordinario che ne è stato ideatore, fondatore e proprietario: Gianfranco Soldera.

Gianfranco era nato a Treviso il 29 Gennaio 1937, i suoi genitori erano Eugenio Soldera e Rosaria Zanetti. Suo padre amava bere il vino buono, e la sua mamma era una cuoca bravissima. Il nonno Luigi, in Provincia di Treviso coltivava il Raboso (un Vitigno autoctono Veneto, molto rustico, che si trova soprattutto nel Territorio Trevisano), anche i bisnonni materni, che vivevano a San Biagio di Callalta (TV), producevano vino. Quando Gianfranco aveva solo tre mesi, i suoi genitori si trasferirono a Milano, erano Socialisti e per motivi politici erano stati costretti ad abbandonare la loro terra. A Milano, nel 1940, la Famiglia aumentò, nacque il fratello di Gianfranco, Guido.

Soldera era cresciuto in quegli anni drammatici di guerra, dove anche andare a scuola era difficile e  pericoloso. Si sentivano spesso le sirene che annunciano i terribili bombardamenti degli alleati, come quello del 20 Ottobre del 1944, effettuato, in pieno giorno, dalla Quindicesima Air Force Americana, che fece centinaia di vittime civili e che distrusse la scuola Elementare “Francesco Crispi”, del Quartiere Milanese di Gorla, dove rimasero uccisi  184 bambini con tutte le loro maestre.

Ma Gianfranco, durante molte amichevoli conversazioni, mi ha sempre confermato che pensava spesso a quegli anni con il rimpianto della gioventù, e sorridendomi delicatamente, ricordava, tra l’altro, che aveva fatto la Prima Comunione proprio il 25 Aprile 1945, e che per andare e tornare dalla Chiesa era passato davanti alla Caserma Comando della Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” in Via Rovello, rischiando molto in quella drammatica giornata.

Dopo la Guerra Gianfranco aveva proseguito gli studi in Città, frequentando anche le superiori all’Istituto di Ragioneria. All’età di 15 anni, nel 1951, poi era andato a lavorare come apprendista in una litografia. Successivamente aveva fatto il servizio militare, 1958/1960, non proprio vicino a casa, un mese a Trapani e 17 mesi a Palermo alla compagnia Comando del Centro Addestramento Reclute.

Tornato a Milano si era impegnato in un nuovo lavoro, l’intermediario finanziario (broker assicurativo). Nel 1966 si era messo in proprio, lavorando con Ditte molto importanti, nazionali ed estere, fino al 2002.

Nel frattempo, sempre a Milano, aveva conosciuto e si era innamorato di una ragazza che lavorava anche lei nel campo assicurativo, Graziella Roncaglioni; nel 1963 si erano sposati. Frutto della loro unione, i due figli,  Monica, nata nel 1964, e Mauro nel 1973.

Gianfranco la passione per il buon Vino l’aveva nel sangue e i suoi ricordi andavano a quando era un bimbo e si recava a trovare i nonni in campagna, per gioco, con gli altri ragazzi, si metteva a pestare  con i piedini l’uva nei tini, i vecchi sostenevano che il peso dei bambini era perfetto per ottenere la migliore pigiatura.

Questa fiamma “vinicola” che lo aveva sempre “bruciato” lo portò a ricercare un podere adatto da comprare, fin dal 1960. La svolta nel 1972, quando un caro amico, Giulio Consonno, che venendo a caccia a Montalcino si era innamorato di questa terra tanto da comprarvi l’Azienda Altesino, convinse Gianfranco Soldera a visitare queste zone. Fu amore a prima vista, anche se il particolare terreno che aveva di fronte, ubicato a Sud-Ovest di Montalcino, era un deserto abbandonato, ma l’uomo entusiasta ne vide le potenzialità e, proprio nel 1972, lo acquistò: nacque cosi l’Azienda “Case Basse Soldera”.

Anni di grande impegno, dedizione e investimenti, facendo la spola tra Milano e l’Azienda a Montalcino, Gianfranco era sempre presente per prendere ogni decisione, anche la più piccola, fino a giungere nel 1975 a fare il primo Vino: semplicemente fantastico.

Nel 1997 Gianfranco si era trasferito definitivamente a Case Basse incredibilmente trasformata dalla sua volontà e lungimiranza, con l’apporto fondamentale e straordinario di sua moglie.

Nel 2002 anche la figlia Monica, con il marito Paolo e le loro 4 bimbe (Costanza, Arianna e le gemelline Matilde ed Emma), si trasferirono anche loro in Azienda.

Oggi Case Basse si estende su 24 ettari di cui 7 di bosco.

Non è facile descrivere questo “Paradiso Terrestre” creato da mani sapienti, che ci riporta ad un tempo in cui la Natura regnava regina. Tutto qui ha un senso ed è concatenato per creare l’humus ideale (la parte più attiva, sotto l’aspetto chimico fisico, della sostanza organica del terreno).

I coloratissimi giardini (due ettari, frutto dell’opera amorevole della signora Graziella, ricchi di tutto ciò che vola e cammina), il bosco (con la funzione di depurare l’aria), il torrente, lo stagno (pieno di vita per annaffiare ed irrigare), il frutteto, le vigne, gli animali: tutto questo per creare un habitat perfetto.

Autorevoli Professori, d’importanti Università Italiane, hanno scelto l’Azienda Soldera per utilizzarla come una fucina di studi e di sperimentazioni.

Legato a ciò anche l’istituzione del “Premio Internazionale Brunello di Montalcino Case Basse Soldera” per giovani Ricercatori.

La nuova Cantina di Case Basse, edificate nel 2001, con il supporto dell’Architetto S. Lombardi, è eccezionale e fatta con amore e semplice naturalità. Uno scavo profondo 23 metri, 9 metri di palificata di piloni di acciaio su cui poggia il pavimento in porfido a 14 metri sotto terra. Le pareti sono fatte da un’enorme quantità di pietre tenute insieme esclusivamente da della rete metallica. Il Risultato: non una semplice Cantina ma una cosa viva che respira, non vi si prova alcun disagio anche standovi delle ore.

Le grandi botti di Rovere di Slavonia, con spessori che variano da 7 a 12 centimetri, piene delle diverse annate di Brunello, maestose e immobili, fanno il loro proficuo lavoro di anni per produrre non più di 15000 bottiglie.

A seguito della nota vicenda del danno doloso subito nella Cantina di Case Basse (sono andati persi 626 hl. di vino di sei annate) nel Dicembre 2012, il Vino di Gianfranco Soldera non ha più avuto la denominazione “Brunello di Montalcino” data la sua ferma decisione, avvenuta il 22 Marzo 2013, di uscire dal “Consorzio del Brunello”.

Ma il Vino di Case Basse con o senza la Denominazione di Brunello rimane uno dei più straordinari del Mondo.

Fattoria San Giusto a Rentennano

San Giusto a Rentennano (nome di origine etrusca),si affaccia sull’alto corso del fiume Arbia nella parte più meridionale del Chianti Classico. Antichissimo monastero cistercense (per questo già denominato San Giusto alle Monache), poi indomito fortilizio, fu segnato a confine, secondo un trattato del 1204, fra i contadi di Siena e Firenze. Del castello rimangono le merlature guelfe del muro di cinta, le massicce mura a Barbacane e le cantine interrate, ancora oggi utilizzate per la maturazione dei vini in botte. Proprietà della famiglia Martini di Cigala dal 1914, oggi dei fratelli Anna, Lucia, Elisabetta, Francesco, Alessandro, Luca.

La Fattoria San Giusto a Rentennano dei Fratelli Martini di Cigala è condotta da Elisabetta, Francesco e Luca ed in qualità di consulenti collaborano l’enologo Attilio Pagli, dal 1999 e l’agronomo Ruggero Mazzilli, dal 2007. Tra i collaboratori hanno un ruolo di particolare responsabilità Rosita Anichini per la cantina, Isidoro Zerial, Iftiman Qovanaj e Mirko Mariottini per la campagna.

La Fattoria si sviluppa su una estensione di 160 ettari di cui: 31 a vigneto, 11 a oliveto, 40 a bosco, 78 a seminativo, prato e pascolo. I terreni sono fortemente variabili, tufacei con oltre il 70% di sabbia, sabbiosi-limosi, argillo-sabbiosi, alcalini, calcarei.

L’altitudine media è di circa 270 Mt s.l.m., il microclima è caratterizzato da forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne, sovente da temperature medio-alte anche nel periodo di vendemmia. I vigneti sono tutti in posizione ed esposizione privilegiata.

Le lavorazioni sono ancora prevalentemente manuali eseguite con cura assidua. A San Giusto a Rentennano vengono vinificate esclusivamente le uve provenienti dai vigneti di proprietà. La produzione uva/pianta viene ridotta tramite diradamento dei grappoli in Luglio/Agosto, nella misura del 30-50% del carico spontaneo, secondo l’esigenza dell’annata.

L’azienda pratica agricoltura biologica certificata.

Donnachiara: la degustazione

Greco di Tufo Docg 2018

Bianco Docg – Greco 100%

Questo Greco di Tufo DOCG è una piena espressione del cuore della zone di produzione del Greco di Tufo con un’attenzione particolare all’esatto grado di maturazione delle uve al momento della raccolta. Il Greco di Tufo è un bianco immediato nell’approccio aromatico di frutta gialla matura e succosa, seguito da sensazioni di cedro e una bocca cremosa, dal sapore ben prolungato da sensazioni di anice e menta

Degustazione: Vino dal profilo olfattivo molto complesso, con note di frutta matura, pesca, ananas, albicocca e cedro. Secco, caldo, morbido, con una buona freschezza e un’ottima persistenza. Il Greco di Tufo DOCG è un vino adatto a piatti di mare, ottimo con crostacei crudi e sautè, si sposa bene anche con piatti di terra, pasta con funghi e tartufi, e con formaggi erborinati. Pigiatura delle uve che vengono subito raffreddate a 10 °C per 4-6 ore. Successiva pressatura soffice con decantazione statica. Fermentazione in tini di acciaio a 14-16 °C per 15 gg. Fermentazione malolattica non svolta.
Questo Greco di Tufo DOCG è una piena espressione del cuore della zone di produzione del Greco di Tufo con un’attenzione particolare all’esatto grado di maturazione delle uve al momento della raccolta.

Fiano di Avellino Docg 2018

Bianco Docg – Fiano 100%

Degustazione: Giallo paglierino carico con sfumature verdoline. Bouquet delicato, in cui i sentori di nocciola, di frutta secca e aromi floreali, fiori di acacia, magnolia e biancospino, si fondono elegantemente alle note di frutta tropicale. Secco, caldo, morbido, vellutato, colpisce per la grande piacevolezza nel berlo. Il Fiano di Avellino DOCG è un vino adatto a piatti di mare gustosi che ricordano le sensazioni minerali del mare. Ottimo con granchi e aragoste. Pigiatura delle uve che vengono subito raffreddate a 10°C oer 4-6 ore. Successiva pressatura soffice con decantazione statica. Fermentazione in tini di acciaio a 14-16°C per 15 gg. Fermentazione malolattica non svolta.
“L’uva della api”: il Fiano di Avellino DOCG è un vino adatto a piatti di mare gustosi che ricordano le sensazioni minerali del mare. Ottimo con granchi e aragoste. Rispecchia questa considerazione tanta è la piacevolezza nel riscoprire gli odori che si avvertono nel passeggiare tra i filiari di fiano a Montefalcione, culla di origine di quest’uva.

Taurasi Docg 2012

Rosso Docg – Aglianico 100%

Degustazione: Rosso rubino intenso. Molto fruttato con sentori di ribes, confettura di more, prugne, aromi tostati e viola. Secco, caldo, morbido, vellutato, con una buona concentrazione di tannini eleganti, dotato di una lunghissima persistenza che amplifica i sentori organolettici. Carni rosse, brasati, selvaggina, formaggi molto stagionati, vino da meditazione. Raccolta manuale di grappoli, dopo spremitura il mosto è subito avviato alla fermentazione alcolica in fermentini di acciaio termocondizionati. La macerazione post fermentazione sulle bucce per questo importante vino è di 15 gg. Fermentazione malolattica interamente svolta in barriques.

Taurasi Riserva Docg 2008

Rosso Docg – Aglianico 100%

Degustazioni: Magnifico rubino profondo. Profumi a larghissimo spettro aromatico in cui si fondono deliziose note di vaniglia, piccoli frutti rossi, strati di confettura di prugna e prime complessità di spezie dolci. Al palato appare di completa aristocratica rotondità e morbidezza, assai elegante nei sapori, di particolare godibilità e persistenza gustativa. É un vino da bere in ampi ballon abbinato a piatti di carne della grande cucina, può essere inoltre un grande vino da meditazione.

Vino ottenuto esclusivamente nelle migliori annate da vigne sottoposte a diradamento estivo mirato al contenimento della produzione. Raccolta manuale con accurata selezione dei grappoli che vengono pigiati in modo soffice. Previsto un lungo periodo di macerazione sulle bocce di 20 gg. Fermentazione malolattica interamente svolta in barriques. Le uve aglianico utilizzate per la produzione di questo Taurasi vengono dalla storica tenuta in località Campo Cerasso (Torre le Nocelle) 20. Ha di prorietà della famiglia Petitto da sempre, la selezione viene fatta in vigna e poi in Cantina per la scelta della materia prima migliore da destinare ai vini da affidamento.

Donnachiara

In provincia di Avellino, a due passi da Montefalcione, cittadina potente già sotto gli Etruschi e avente una falce (simbolo del lavoro contadino) nello stemma comunale, si trova l’azienda agricola Donnachiara “vocata” – per tradizione, territorio e precisa scelta della famiglia Petitto che ne è proprietaria – alla produzione delle tre Docg irpine: Fiano di Avellino, Taurasi e Greco di Tufo, oltre che dei tradizionali Aglianico e Falanghina, a cui si è aggiunto il Coda di Volpe a partire dalla vendemmia 2011.

Un’azienda che ha visto sorgere la sua moderna cantina nel 2005 ma con vigneti che vantano proprietà antica e conduzione quasi tutta al femminile, fino a quella attuale di Ilaria Petitto, studi di diritto, messi nel cassetto per dedicarsi allo sviluppo delle uve e dei vini del territorio. Ilaria è supportata da sua madre Chiara, nipote di Donna Chiara Mazzarelli Petitto, alla quale è stata dedicata l’azienda.

Un giusto omaggio alla nobildonna che ben oltre un secolo fa aveva saputo condurre con grande capacita l’attività agricola di famiglia dando particolare sostegno e valore proprio alla viticoltura. In tempi particolarmente difficili, quelli attraversati da due conflitti mondiali e con un marito, Antonio Petitto, impegnato altrove, colonnello medico della Croce Rossa Italiana, attivo in quel periodo nel campo di concentramento di Mauthausen, in Austria.

Chiara Mazzarelli nasce nel 1883 da una famiglia nobile originaria di Maiori in Costiera Amalfitana. Figlia femmina, andò in moglie al nobile medico chirurgo Antonio Petitto di Avellino. La famiglia Petitto era stata insignita del titolo nobiliare di Marchesi direttamente dal Re d’Italia alla fine del 700. I possedimenti della famiglia spaziavano tra Montefusco, Montemiletto , Venticano e Torre le Nocelle, tutti paesi della provincia di Avellino. Nell’originario stemma di famiglia, scelto,in versione stilizzata, come logo aziendale, si ritrova tutta la simbologia legata al casato nobiliare: nella parte superiore la corona con numerose gemme preziose, ad indicare l’importanza della famiglia e la vastità dei possedimenti terrieri. Poi lo scudo sottostante diviso a metà, a sinistra la quercia con le tre stelle ,che rappresentano i castelli di proprietà della famiglia, situati in Montefusco, Montemiletto e Castel del Lago.

La parte destra dello scudo divisa in due, in alto è visibile l’aquila simbolo del contributo della famiglia e dei suoi condottieri distintisi in battaglia. In basso nella parta destra dello scudo, infine, un esempio di “opus reticulatum” tecnica di costruzione di edifici privati di lusso all’epoca dell’Impero Romano, che venne imposta dall’Impero anche alle province, tecnica che trova il suo epicentro tra Lazio e Campania e che nei secoli ha assunto il significato di cultura egemone, un fattore di romanità e l’adesione ai modelli imposti dal governo centrale.

La Cantina Donnachiara sorge su una splendida collina alle pendici del Paese di Montefalcione. Qui il vigneto di fiano di Avellino va giù ripido quasi a voler scappar via, circondato tutt’intorno da verdi colline punteggiate da antiche borgate e dalle splendide montagne di Montevergine e Chiusano a completare lo spettacolo di un angolo d’irpinia fiabesco, adagiato lungo la dorsale che suddivide i bacini dei fiumi Sabato e Calore a circa 560 m sul livello del mare.

La caratteristica principale è la posizione tra boschi di castagni, querce e ginepri che si alternano alle coltivazioni di ulivo, vite e alberi da frutto.

Le origini di Montefalcione risalgono a molti secoli prima dell’Era Cristiana, ciò è confermato da documenti e testimonianze che affermano il succedersi delle dominazioni di Etruschi, Sanniti e Romani. Lo stemma di Montefalcione è rappresentato da un falcione che sovrasta 3 colline probabilmente quella del Castello, San Marco e Santa Marina, che sono i 3 rilievi dell’agro montefalcionese. Il falcione è stato scelto come simbolo di lavoro e di civiltà contadina. I longobardi, dopo la conquista di Benevento estesero il loro dominio anche nella zona Irpina fino a fondare un ampio ducato. Essi costruirono un castello sulla collina rocciosa più alta e più ripida del paese, offrendo ai Montefalcionesi un sicuro ricovero. Così venne a formarsi il primo nucleo dell’attuale paese che troviamo indicato nel VI secolo con nome di MONTEFALCIONE Oppidum (Registri Angioini).

Il sorriso di Ilaria Petitto illumina il percorso di una azienda, Donnachiara, che sta dimostrando le potenzialità infinite della terra Irpina. Donnachiara è una impresa familiare nel senso che è una impresa che conta sui valori che solo una famiglia può esprimere. Cinque generazioni di esperienza nel vino di qualità vuol dire un patrimonio di conoscenze e una cura e un attaccamento al proprio lavoro che superano il solo ritorno economico di qualunque progetto. La passione per il proprio lavoro, l’amore per il prodotto, contagia anche i collaboratori e quindi c’è una condivisione di valori all’interno dell’azienda molto forte. Quello che Donnachiara ha capito è che questa condivisione di valori può essere indirizzata a un miglioramento ulteriore della qualità dei propri prodotti: il know how, la tecnologia, l’innovazione sono cose che oggi sono sempre di più a disposizione di tutte le aziende, di chi ha una mentalità aperta, di chi si guarda intorno, ma è nella cura dei particolari che ci si può differenziare dai concorrenti.

La filosofia aziendale della famiglia Petitto è espressa, nell’azienda vitivinicola, come nelle altre aziende del Gruppo Petitto, attraverso la ricerca della qualità estrema. Il progetto portato avanti da Ilaria Petitto, si sostanzia nella cura dei particolari lungo tutto il processo produttivo, dalla scelta del vitigno da impiantare in un determinato terreno, alla conduzione della vigna, al momento esatto della raccolta. Non bastano le statistiche dei dati sull’andamento climatico o sulle caratteristiche chimiche del grappolo, ma si aggiunge l’esperienza dell’agronomo, l’esperienza dell’enologo che conoscono il terroir, sanno che cosa vogliono produrre, assaggiano le uve e ne confermano un giudizio definitivo sulle potenzialità aromatiche delle uve. Stessa cosa vale per la cantina, stessa cosa vale poi per l’organizzazione del lavoro all’interno dell’azienda, il benessere organizzativo è oggi considerato una fonte enorme di opportunità per un’azienda. Se i collaboratori oltre a condividere i valori si trovano bene possono essere creativi, possono esprimere capacità di innovazione e quindi far muovere l’azienda sempre in avanti, sempre verso il consumatore verso la soddisfazione delle esigenze del consumatore e verso una migliore qualità del prodotto.

Un altro aspetto fondamentale della filosofia aziendale di Donnachiara è la sensibilità verso la tutela dell’ambiente, la sensibilità verso la cultura verso la cura del paesaggio sono valori molto sentiti, riconoscere questi valori oggi e renderli parte integrante della mission della visione strategica dell’azienda consente un rapporto privilegiato con il consumatore consapevole e attento. Da circa un decennio l’azienda sensibile all’uso razionale dei prodotti anti- parassitari, aderisce ai modelli di lotta integrata basati sull’impiego limitato o nullo di alcuni principi attivi, sfruttando piuttosto, fattori legati all’ambiente e alle tecniche colturali in grado di ridurre lo sviluppo dei parassiti. Inoltre, in ottemperanza a quelle che sono le disposizioni dettate dai disciplinari di produzione dei vini di alta qualità, l’azienda riduce le quantità prodotte in vigna, al fine di ottenere standard qualitativi elevati. Le energie alla cantina sono fornite interamente dal sole, attraverso impianti di pannelli fotovoltaici, anche l’acqua viene riciclata, attraverso l’impianto di raccolta e fitodepurazione dell’acqua piovana.

De Pascale: pasticceria e enoteca

E’ il 1800 quando Vito de Pascale apre, a Viale Italia, un panificio-biscottificio con annesso emporio alimentare: il pane viene sfornato tutti i giorni, fragrante e profumato. Intorno alle metà dell’800, l’attività passa nelle mani del figlio Francesco de Pascale, che continua, con dedizione, il lavoro del padre Vito. I segreti e l’arte della panetteria si tramandano di generazione in generazione.

Nel 900 il figlio di Francesco, Sabino de Pascale trasferisce l’attività al Corso Vittorio Emanuele, strada principale di Avellino. Con Sabino cresce la passione per i lievitati, uno dei cavalli di battaglia della rinomata pasticceria, infatti, il maritozzo con glassa di zucchero è amato, ancora oggi, da grandi e piccini per la colazione mattutina. La città di Avellino ha un ricordo indelebile di Sabino De Pascale, che muore sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre panifica per la popolazione. Una medaglia all’onore ed una piazzetta a lui intitolata, nei pressi della storica pasticceria, sono riconoscimento dichiarato al suo valore.

Tra gli anni 40 e gli anni 50, la direzione dell’esercizio commerciale passa nelle mani del cav. Antonio de Pascale, mestro del commercio, che intuisce le potenzialità e ne decreta la crescita commerciale dell’attività. Negli anni del miracolo economico la gente vuole concedersi qualcosa in più, ed, in seguito al cambiamento delle abitudini sociali ed alimentare, il panificio-biscottificio si trasforma in una pasticceria dalle mille lecornie. Il dolce a tavola è uno dei simboli del benessere ritrovato. La panificazione diviene un punto di partenza per ulteriori e più importanti innovazioni.

Oggi Roberto e Francesco de Pascale si dedicano con passione all’attività ereditata dal padre, rispettando sempre un legame indissolubile tra tradizione e qualità. Le materie prime, i collaboratori qualificati e la lavorazione accurata sono il segreto di un prodotto buono ed inimitabile. La mentalità aperta al cambiamento dei gusti e alla sperimentazione di nuovi prodotti, accanto a quelli tradizionali, ne fanno un’azienda al passo con i tempi. L’antica pasticceria de Pascale attraverso i suoi prodotti, uno per tutti il babà, si è affermata in ambito regionale e nazionale, diffondendo dolcezze e sapori che rimarranno nella memoria e nel gusto delle generazioni passate e future.

Enoteca

L’enoteca De Pascale ospita una selezione accurata di vini italiani ed esteri con più di 500 etichette, provenienti da tutte le regioni d’Italia e dal mercato internazionale, una vasta gamma di spumanti e champagne, in più 100 tipologie di grappe e una variegata scelta di distillati. Il tutto impreziosito da due significativi riconoscimenti: l’illustre menzione sulla Guida del Gambero Rosso delle enoteche e dei wine d’Italia dal titolo “L’Italia del bere” e poi la presenza come unica enoteca irpina sul vademecum di Veronelli “I migliori vini d’Italia”. 

Oggi è diventata il riferimento per tutti gli appassionati e i professionisti del vino e dell’agroalimentare di qualità per varietà, selezione ed affidabilità. Al bancone ed ai tavoli esterni è sempre possibile degustare una varietà di vini al bicchiere e di grande rilievo è l’attività di distribuzione di specialità alimentari e di distillati. 

L’enoteca de pascale vi propone anche particolari degustazioni, abbinate alle innumerevoli specialità dolci e salate prodotte ancora artigianalmente dalla stessa pasticceria storica. Non a caso è diventata luogo di incontro di un simpatico gruppo di wine-lovers, che si è autodenominato LASP (Liberi Assaggiatori senza Pregiudizi) che si riunisce periodicamente per degustare vini sempre più sofisticati.

A seguire l’enoteca c’è Francesco, bravo ed appassionato sommelier, che ama i vini della sua terra ma che è anche fortemente interessato ai tesori piccoli e grandi della viticoltura del suo paese. Ha portato nella sua enoteca un’ accurata selezione di vini francesi, austriaci e tedeschi. Lui non è un enotecaro Nero Wolfe , che attende che i rappresentanti vadano da lui, a lui piace visitare di persona le aziende, assaggiare in cantina, conoscere personalmente chi fa il vino.

Chi entra in enoteca per comprare esce, di sicuro, con una buona bottiglia ma anche con una formazione sulla natura e la storia del territorio da cui proviene il vino. Venite a farvi un giro!

‘IL VINO è STORIA E GEOGRAFIA LIQUIDA” (cit. Francesco de pascale)’

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