La vite e la vigna, l'uva e il vino, gli spumanti, i vini passiti e i liquorosi, il vino italiano e le sue leggi, la birra, i distillati e i liquori, la figura del sommelier e il servizio, l'evoluzione del gusto a tavola. In sintesi, il mondo del Sommelier. Un mondo affascinante da scoprire con visite in cantina e assaggi al ristorante, letture e tour enogastronomici. Un mondo che mantiene forti radici con la tradizione, con la cultura e con la società, ma che ogni giorno allarga i propri orizzonti.
L’Aglianico è un vitigno autoctono diffuso in tutto il Meridione Italiano dove si esprime con grande tipicità. Al vino Aglianico di Taurasi, è stata attribuita, per primo, la denominazione di origine controllata e garantita (Docg). Lo hanno da poco seguito altri due grandi vini Irpini, il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino. È un vitigno antichissimo, probabilmente originario della Grecia e introdotto in Italia intorno al VII-VI secolo a.C.. Non ci sono certezze sulle origini del nome, che potrebbero risalire all’antica città di Elea (Eleanico), sulla costa tirrenica della Lucania, o essere più semplicemente una storpiatura della parola Ellenico. Testimonianze storico-letterarie sulla presenza di questo vitigno si trovano in Orazio, che cantò le qualità della sua terra (era nativo di Venosa dove l’Aglianico trova un’altra grande espressione con l’Aglianico del Vulture) e del suo ottimo vino. Il nome originario (Elleanico o Ellenico) divenne Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia l pronunciata gli nell’uso fonetico spagnolo.
Il nome della città trae origine dalla storica e antica Taurasia, distrutta dai Romani nel 268 AC. In questa cittadina e nei Campi Taurasini (“Ager Taurasinus”) negli anni 181-180 a.C. I Romani trasferirono una popolazione di Liguri-Apuani, di stirpe celtica e questi, trovando delle zone molto fertili, riprendono la coltivazione dei campi e della vite cosiddetta “greca”. Nel 42 a.C. Dopo la battaglia di Filippi in Macedonia, il territorio di Taurasia viene assegnato ai soldati romani veterani che vinificano la “vitis ellenica” da loro portata dalla Macedonia. Tito Livio, nel suo Ab Urbe Condita, accenna ad una “Taurasia dalle vigne opime” fornitrice di ottimo vino per l’Impero,dove si allevava la vite Greca o Ellenica. Invece risale al 1167 d.C. il primo documento conosciuto nel quale viene citata la vite in Taurasi che gli Spagnoli chiamavano vite “Aglianica”; e furono proprio gli spagnoli che, a causa della loro pronuncia, trasformarono lil nome della vite Ellanico o Ellanico in Aglianico. Nel 1898 lo Strafforello scrive: ” Nelle buone annate il vino è assai copioso e molto se ne esporta nelle province limitrofe, … principalmente coi nomi di vino “Tauraso” ed altri. Il migliore si raccoglie nei Comuni di Taurasi …”.
L’Aglianico è vitigno scontroso: matura tardi, è intenso e brusco in principio, difficile da coltivare e difficilissimo da vinificare, con tannini che richiedono tempo per essere ammorbiditi ed acidità che gli assicura il tempo necessario affinchè venga levigato. Inimitabile nei sentori di viola, di amarene, sottobosco e piccoli frutti, la sua vinificazione lo può rendere banale o eccelso.
LE ANNATE DEL TAURASI
L’anno 1928 rappresenta la vendemmia simbolo della rinascita del Taurasi. Tutta l’Europa è sconvolta dalla fillossera che ha distrutto i vigneti dei migliori distretti francesi e del nord Italia; a Taurasi la fillossera non è ancora arrivata, grazie ai terreni campani, sabbiosi e vulcanici, che ne impediscono la prolificazione. In quell’anno dalla “ferrovia del vino” di Taurasi partono interi vagoni di vino Aglianico, per rinsanguare i principali distretti viticoli toscani, piemontesi e di Bordeaux.
La fillossera si farà sentire al Sud Italia solo verso gli anni ’50 e nel 1948 riparte anche a Taurasi la ricostruzione di quegli impianti colpiti dal parassita, che ha risparmiato solo i vigneti su suoli vulcanici-sabbiosi, che pure in Campania sono tanti ed in produzione ancora oggi.
E’ solo nel dopoguerra, nel 1958, che sulla spinta della ricostruzione, riprende una produzione di vino di qualità e l’Aglianico si trova a competere con i nuovi vitigni che vengono impiantati su piede americano.
Ma la Campania crede nel suo vitigno principe, l’Aglianico, grazie all’opera dell’Istituto Tecnico Agrario fondato da Francesco De Sanctis nel 1878.
Rivive nelle sue grandi espressioni a partire proprio dal 1968, anno di riferimento per la straordinaria produzione di Taurasi per la Famiglia Mastroberardino, di Atripalda, come il Romaneè-Conti 1961 per il bordolese o il Brunello 1955 per Biondi-Santi.
Da allora la produzione di Taurasi ha ripreso vigore e le annate straordinarie si sono susseguite sempre più regolarmente:
Il 1970 dà il primo Taurasi DOC, che il Disciplinare prevede come vino di sole uve Aglianico, con piccole concessioni (15%) ai vitigni locali Piedirosso, Mantonico e dal 2001 anche agli onnipresenti Cabernet e Merlot.
Il 1977 regala una estate eccezionale dal punto di vista climatico, per i tanti piccoli produttori che hanno l’opportunità di esibire un Taurasi sontuoso, da ricordare. E dopo il 1984, annata veramente disastrosa per gelate, grandine e autunno piovoso, giunge un’altra grande annata, il 1985, meritevole di essere ricordata. Sono gli anni del dopo-terremoto, ma il vino irpino è premiato dalla qualità, anche grazie alla DOC di altri due grandi vini Campani il Greco di Tufo ed il Fiano di Avellino. Il 1987 ed il 1988 sono ancora annate a cinque stelle, come il 1990 che rappresenta l’annata ideale che ogni viticoltore sogna per coniugare qualità e quantità.
In questi anni si registra un’esplosione del Taurasi, che comincia farsi strada tra i grandi vini internazionali, le Cantine imbottigliatrici passano da 10 a circa 80 ed il 1993, un grande millesimo, il Taurasi arriva al riconoscimento della DOCG, che resta l’unico di tutto il Centro-sud fino al 2003, anno del riconoscimento della DOCG agli altri due grandi vini Irpini, il Fiano ed il Greco. In questi anni riluce un altro grande millesimo, il 1977, che inizia ad offrire al mercato nuovi modelli stilistici ed interpretativi dovuti principalmente all’impiego di barrique o di grandi botti di rovere di Slavonia ed ai moderni sesti di impianto, che trascurano la ormai obsoleta, ma affascinante alberata taurasina.
Con la presentazione di un esaltante 1999 si svolge la prima edizione di “Anteprima Taurasi” che offre un vino dotato di struttura, molto tannico e chiuso, ma adatto a lunghissimo invecchiamento.
Il 2001 è caratterizzato da una drastica riduzione delle rese, a causa di una gelata primaverile, ma il vino ottenuto ha mineralità, buona alcolicità e balsamicità, corpo e pienezza, e troverà il suo equilibrio in bottiglia.
Il 2002 sarà ricordato come uno dei peggiori degli ultimi 50 anni, ed il 2003 darà vini molto eterogenei, difficili da vinificare a causa di una estate straordinariamente calda e secca.
Ma dopo due annate “estreme” arriva il 2004, annata generosa ed equilibrata, che ci darà vini vicini alla tradizione, eleganti, austeri e molto tipici per l’espressione delle varie sottozone.
Il 2005, appena presentato, è stato valutato con 4 stelle, al contrario di tutte le annate a 5 stelle che abbiamo fin qui citato, ma confidiamo in una buona evoluzione in bottiglia, da confermare nei prossimi due-tre anni.
Il nostro tour in Toscana, dopo 30 giorni, è terminato. Si ringrazia il nostro Sommelier Pasquale Astuto per le degustazioni che ha fatto e descrivendo i vini in maniera tecnica e professionale. Ora il nostro Sommelier cercherà di spiegarci meglio la Toscana. Buona lettura!
La storia
La vite prosperava in Toscana ancora prima dell’avvento degli Etruschi, intorno al VII secolo a.C. A questi e all’influenza della civiltà greca si deve l’avvio della coltura della vite in termini di economia agricola, tanto che intorno al VI secolo la Toscana raggiunge prima l’autosufficienza nella produzione di vino e poi avvia un fiorente commercio di esportazione. Nei secoli successivi i vini toscani si affermano sui mercati del Mediterraneo, ma non sembrano attirare l’attenzione dei buongustai del tempo, tanto che gli autori latini non danno notizie di vini considerati grandi o eccelsi.
Con la decadenza dell’Impero Romano, si verificò un apparente abbandono delle vigne toscane, ma la ripresa, facilitata dagli ordini monastici, iniziò già nell’Alto Medio Evo, come attestano documenti della Badia a Coltibuono – molto attiva intorno al IX secolo –, nei quali si parla dettagliatamente della coltura della vite. In particolare, nel 1100 le vigne cominciano a farsi più fitte e si trovano addirittura nel centro di Firenze, dove sorgeva la Chiesa di Santa Maria delle Vigne, l’attuale Santa Maria Novella.
Il destino delle prime famiglie nobili toscane, come i Ricasoli, sarà indissolubilmente legato alla storia del vino, così come quelle degli Antinori e dei Frescobaldi intorno al 1300. In questo periodo compaiono i primi grandi vini di Toscana: nel 1276 gli ordinamenti daziari di San Gimignano citano il vitigno greco e nei secoli successivi appaiono negli scritti il vino Montepulciano, i Trebbiani, le Malvasie, gli Aleatici e i Sangioveti. Nel 1404 appare il primo riferimento al Chianti, in una lettera del proprietario di Vignamaggio a un mercante senese.
L’apice dello sviluppo del settore vitivinicolo si ha nel XVI secolo e Sante Lancerio – bottigliere di Paolo III Farnese – include il Greco, le Vernacciuole di San Gimignano, i Moscatelli di Porto Ercole e il Montepulciano nella lista dei vini della corte pontificia. Leandro Alberti parla delle buone Vernacce di San Gimignano, dei rossi di Montepulciano e dei vini di Montalcino, e Andrea Bacci elogia i Trebbiani del Valdarno, sottolineando la presenza dei vini toscani sulle mense nobili e regali d’Italia e d’Europa.
Nel 1716 Cosimo III de’ Medici, Granduca di Toscana, istituisce per decreto le prime Denominazioni di Origine ante litteram, delimitando aree, confini e regole per i vini Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno di Sopra. Sempre in questo secolo il fiorentino Cosimo Villafranchi pubblica il primo trattato sull’enologia toscana, mentre il pistoiese Cosimo Trinci tratteggia un ampio quadro dell’ampelografia regionale, dando anche istruzioni sull’arte di ben vinificare. Grandi miglioramenti saranno legati anche all’Accademia dei Georgofili, tanto che nel 1896 il Ministero dell’Agricoltura dichiara che la Toscana è la prima regione italiana a produrre un vino rosso da pasto con le caratteristiche e i gusti richiesti dai consumatori. È il Chianti, e la sua fama e la domanda consentiranno alla Toscana di superare più agevolmente di altre regioni italiane i danni delle epidemie viticole della seconda metà del XIX secolo.
L’ambiente
La Toscana ha una forma pressoché triangolare, occupa quasi 23.000 kmq e si affaccia sul Mar Ligure e sul Mar Tirreno.
La costa presenta distese pianeggianti e sabbiose separate da promontori rocciosi, formatisi in seguito a fenomeni di sprofondamento costiero, come nella Riviera ligure di Levante. La conformazione morfologica del territorio toscano è varia e complessa, per l’alternanza di zone montuose e collinari, bacini intermontani e lembi di pianura. A nord-ovest della regione si trovano le Alpi Apuane, di origine calcarea e dolomitica, con le famose grandi cave di marmo, che proseguono con l’Appennino tosco-emiliano e i suoi maggiori rilievi, il Pratomagno e i monti del Chianti. Il preappennino toscano comprende il Monte Amiata e le colline metallifere, derivate in gran parte da sfaldamenti di origine vulcanica, ma formate anche da arenarie, argille e tufi. Nelle zone centrali, di origine più recente, prevalgono terreni formati da galestro, arenarie e argille, oltre ad alberese e sabbia, materiali di facile erosione che conferiscono al paesaggio le caratteristiche forme ondulate. Le pianure più estese sono il Valdarno Inferiore, la Versilia e le piane costiere della Maremma.
I fiumi hanno percorsi tortuosi e regime torrentizio. Il Reno, il Santerno, il Lamone, il Marecchia e il Foglia sfociano nel Mare Adriatico, mentre l’Arno, il Tevere, il Magra, il Serchio, il Cecina e l’Ombrone nel Mar Tirreno.
In Toscana il clima è mediamente temperato, ma con notevoli differenze da zona a zona, in funzione della distanza dal mare, dell’altitudine e della presenza dei rilievi. Nelle zone costiere e nella fascia collinare si registrano temperature miti d’inverno e fresche d’estate, mentre verso gli Appennini le escursioni termiche si fanno più marcate, fino ai rigori dei climi continentali. Le precipitazioni tendono a concentrarsi nei mesi primaverili e autunnali, comprese tra i 600 mm/anno nelle zone costiere e pianeggianti e i 2000 mm/anno in quelle montuose, anche se in Lunigiana e sulle Alpi Apuane questi valori sono spesso superati. Le precipitazioni nevose e le nebbie sono frequenti solo nelle zone di montagna.
La gastronomia
Una cucina semplice, quella toscana, con sapori puri che mirano a valorizzare le risorse dell’ambiente e l’armonia delle materie prime. Gli intingoli sono pochi e le salse e i fondi di cottura pressoché inesistenti, mentre spiedo, graticola e cotture rapide esaltano succulenza e aromaticità di carni tenerissime, come i tagli più pregiati della famosa chianina, i polli della Valdarno e quelli di razza livornese. E, su tutto, uno spruzzo di olio extra vergine – Chianti Classico e Terre di Siena e Lucca, tutti DOP, oppure il Toscano IGP – e i profumi di rosmarino, salvia e semi di finocchio.
L’avvincente realtà gastronomica toscana vede la prevalenza di piatti a base di carni, a partire dagli antipasti. Molto gustosi sono i salumi più famosi, il prosciutto di cinta senese, il saporito prosciutto toscano DOP, il lardo di Colonnata IGP, la finocchiona – salame a pasta morbida di grana grossa aromatizzato con semi di finocchio –, il salame toscano e le coppiette, fettine di carne magra di cavallo, cinghiale o bue, condite con sale e peperoncino ed essiccate in coppia. Antipasti ancora più tipici sono la panzanella – fette di pane raffermo ammollate nell’acqua, strizzate e condite con pomodori maturi, cetrioli, cipolla rossa, olio extra vergine, aceto e pepe nero –, i crostini alla toscana – fette di pane sciapo tostate e bagnate nel brodo e nel Vin Santo, spalmate con una crema di fegatini di pollo, altre frattaglie e capperi –, il pane col cavolo nero, cioè fette di pane abbrustolite e strofinate con aglio, con cavolo nero e olio extra vergine.
I primi piatti sono numerosi e, tra questi, spiccano la tipica acquacotta – una minestra preparata con uova, funghi porcini, pomodori maturi, aglio, olio extra vergine, pepe, parmigiano reggiano e fette di pane raffermo – e la classica ribollita, con cavolo nero, pomodori, fagioli bianchi, carote, sedano, cipolla e altri ortaggi, olio extra vergine e pepe nero in grani, servita con fette di pane abbrustolito. E poi ancora la pappa col pomodoro, la garmugia – antica zuppa lucchese a base di carciofi, fave, cipolle, asparagi e pancetta –, la zuppa di farro con il famoso farro della Garfagnana IGP, la zuppa di agnello con funghi secchi e quella dilenticchie con fagiano. Altri primi piatti saporiti sono le pappardelle alla lepre e il brodo di fagiano servito con crostini di pane fritti nel burro, le crespelle alla fiorentina e la bomba di risoallalunigianese, che deriva da quella emiliana.
Non mancano primi piatti di mare, come il risotto nero con seppie, bietole e cipolle, oltre al famoso cacciucco alla livornese, una zuppa di pesce piccante servita con crostini strofinati di aglio. E ancora il cous cous alla livornese, condito con una salsa piccante oppure con un sugo di carne o di verdure.
Tra le paste si trovano i pici – pasta tirata a mano simili a spaghettoni –, conditi con ragù, salsa all’anatra o al pomodoro, i rigatoni alla fiorentina con pomodori, carne trita di manzo, pancetta, fegatini di pollo, olio extra vergine, burro e vino bianco secco, e gli spaghetti dei colli con tartufo nero, filetti di alici, aglio, olio extra vergine e prezzemolo. Molto particolari sono l’infarinata – ottenuta cuocendo la farina di mais in acqua salata, aggiungendo nell’impasto cavolo nero, fagioli e cotenna di maiale –, i testaroli di ispirazione ligure, la torta di acciughe e la trippa allafiorentina.
Protagonista indiscussa della tavola toscana è la succulenta bistecca alla fiorentina, una costata di manzo tagliata alta, cotta sulla brace al sangue, ma con un’invitante crosticina, a volte servita come tagliata.
L’arrosto morto è un piatto di carni di vitello, pollo e piccione, cucinate arrosto in casseruola con olio extra vergine e aglio, e il polpettone di carne di manzo è farcito con prosciutto e altre carni macinate, mollica e numerose erbe aromatiche. Altrettanto gradevoli sono lo stufatino di vitello con olio extra vergine, aglio e rosmarino, lo stracotto alla fiorentina con erbe aromatiche, pomodoro e vino rosso, e il peposo, garretto di bue stracotto nel vino, pomodoro, erbe aromatiche e abbondante pepe nero. Tra le preparazioni più semplici si possono ricordare le salsicce allo spiedo e i fegatelli nel retino, o quelli di maiale alla brace con pepe e foglie di alloro, mentre la cipollata è preparata con costine di maiale, pancetta, salsicce, sedano, carote e abbondante cipolla. Le carni di suino sono protagoniste anche nel biroldo – a base di sangue di maiale aromatizzato, condito e tagliato a dadini –, nel maiale ubriaco – braciole di maiale cotte in padella con aglio, prezzemolo, vino rosso e finocchiella – e nell’arista di maiale, carré disossato e cucinato con salvia, rosmarino, aglio, olio extra vergine, pepe e semi di finocchio.
Tra le carni bianche si possono assaggiare il pollo alla diavola – schiacciato sotto un forte peso con olio extra vergine, limone, pepe e sale –, il pollo alle prugne – con prugne secche, pancetta, vino bianco, cipolla, carote, olio extra vergine e pepe –, il pollo ripieno con erbe aromatiche, uova e diversi formaggi, la scottiglia, i sedani alla pratese – coste di sedano bollite e coperte da un impasto di carne e fegatini di pollo –, l’agnello alla cacciatora – tagliato a pezzi e cotto in umido con vino bianco – e il cibreo, preparato con frattaglie e creste di pollo, burro e cipolla.
Non mancano tipici piatti di selvaggina, come i tordi allo spiedo, il cinghiale dolce forte tipico della Maremma, con cacao e zucchero, quello in salmì, arrosto e inumido, in salame e in prosciutto, e la lepre in agrodolce, cotta in umido con olio extra vergine ed erbe aromatiche e, verso la fine della cottura, con aggiunta di acqua, aceto e zucchero.
Deliziosi sono i secondi di pesce come i polpi in galera, il baccalàallalivornese – con olio extra vergine, erbe aromatiche e cipolle – e le triglie alla livornese, cotte in umido con olio extra vergine, aglio e prezzemolo.
Prelibati sono anche i contorni, come gli asparagi alla fiorentina, passati in padella con burro, i carciofi al forno – con uova, pancetta, aglio e prezzemolo –, il tortino di carciofi, i fagioli all’uccelletto – fagioli bianchi bolliti e insaporiti in seconda cottura con olio extra vergine, salvia, salsa di pomodoro e pepe nero – o quelli al fiasco, così chiamati perché una volta erano fatti cuocere in fiaschi privati della paglia, con poca acqua, olio extra vergine, rosmarino, salvia e pepe in grani, adagiati sulla cenere spenta dentro il forno. Rarissimo è il fagiolo zolfino di Pratomagno, ma altrettanto gradevoli sono i fagiolibianchi del Casentino e i bianchi di Sorana.
I formaggi sono prodotti soprattutto con il latte di pecora, come il pecorino toscano DOP, prodotto anche nella zona delle Crete senesi e il marzolino, tipico della zona del Chianti.
Semplici ma non per questo meno gradevoli sono i dolci, come il castagnaccio – cotto in forno in una teglia bassa, cosparso di uvetta, pinoli e rosmarino –, e i necci, sempre a base di farina di castagne.
I dolci più famosi sono tuttavia i cantucci, ormai diffusi in tutta la penisola e da tutti considerati come i compagni ideali di un buon bicchiere di Vin Santo, oltre al classico panforte, preparato con farina, zucchero, mandorle e abbondante frutta candita, ricco e degno complemento del pasto dei giorni di festa, accompagnato dai deliziosi ricciarelli di Siena IGP.
Altri dolci tipici sono il buccellato, i cenci – piccole trecce fritte e spolverate di zucchero a velo –, i fruttini di pasta di mandorla, i berlingozzi – ciambelle con uova, zucchero e latte –, i biscottini di Prato – con farina, mandorle, zucchero, tuorli d’uovo e pinoli –, le polpette di riso, a base di un impasto di riso, latte, burro, farina, uova, uva passa e Rum.
Profumate di anice sono le deliziose cialde chiamate brigidini e la torta all’anice. Infine l’irresistibile zuccotto, a base di pan di Spagna inzuppato nell’Alchermes e farcito con panna e cioccolato.
I vitigni
I vitigni idonei alla coltivazione in Toscana, a bacca bianca, grigia e nera, sono numerosi; nell’elenco sono indicati prima di tutto i più coltivati – in ordine di importanza –, seguiti dagli altri comunque presenti nel vigneto toscano.
Vitigni a bacca bianca
I vitigni a bacca bianca più diffusi sono trebbiano toscano, malvasia bianca lunga, vernaccia di San Gimignano, chardonnay, vermentino, malvasia bianca di Candia, ansonica, manzoni bianco e canaiolo bianco; inoltre, si trovano albana, albarola, biancone, clairette, durella, fiano, grechetto, greco, incrocio bruni 54, livornese bianca, malvasia istriana, marsanne, moscato bianco, müller thurgau, orpicchio, petit manseng, pinot bianco, riesling, riesling italico, roussanne, sauvignon, sémillon, verdea, verdello, verdicchio bianco e viognier.
Vitigni a bacca grigia
I vitigni a bacca grigia più diffusi sono pinot grigio e traminer aromatico.
Vitigni a bacca nera
I vitigni a bacca nera più diffusi sono sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, syrah, canaiolo nero, ciliegiolo, colorino, malvasia nera, cabernet franc e prugnolo gentile; inoltre, si trovano abrusco, aleatico, alicante, alicante bouschet, ancellotta, barbera, barsaglina, bonamico, bracciola nera, caloria, canina nera, carignano, carmenère, cesanese di Affile, colombana nera, foglia tonda, gamay, groppello di Santo Stefano, groppello gentile, malbec, malvasia nera di Brindisi, malvasia nera di Lecce, mammolo, mazzese, montepulciano, nero d’Avola, petit verdot, pinot nero, pollera nera, pugnitello, rebo, refosco dal peduncolo rosso, sagrantino, sanforte, schiava gentile, tempranillo, teroldego e vermentino nero.
Le Docg e le Doc della Toscana
DOCG
B
Brunello di Montalcino
C
Carmignano
Chianti
Chianti Classico
E
Elba Aleatico Passito o Aleatico Passito dell’Elba
M
Montecucco Sangiovese
Morellino di Scansano
S
Suvereto
V
Val di Cornia Rosso o Rosso della Val di Cornia
Vernaccia di San Gimignano
Vino Nobile di Montepulciano
DOC
A
Ansonica Costa dell’Argentario
B
Barco Reale di Carmignano
Bianco dell’Empolese
Bianco di Pitigliano
Bolgheri
Bolgheri Sassicaia
C
Candia dei Colli Apuani
Capalbio
Colli dell’Etruria Centrale
Colli di Luni
Colline Lucchesi
Cortona
E
Elba
G
Grance Senesi
M
Maremma Toscana
Montecarlo
Montecucco
Monteregio di Massa Marittima
Montescudaio
Moscadello di Montalcino
O
Orcia
P
Parrina
Pomino
R
Rosso di Montalcino
Rosso di Montepulciano
S
San Gimignano
San Torpè
Sant’Antimo
Sovana
T
Terratico di Bibbona
Terre di Casole
Terre di Pisa
V
Val d’Arbia
Val d’Arno di Sopra o Valdarno di Sopra
Val di Cornia
Valdichiana Toscana
Valdinievole
Vin Santo del Chianti
Vin Santo del Chianti Classico
Vin Santo di Carmignano
Vin Santo di Montepulciano
In Toscana sono prodotti i vini IGP: Alta Valle della Greve, Colli della Toscana Centrale, Costa Toscana, Montecastelli, Toscana o Toscano e Val di Magra.
Consorzio Chianti Classico
Il Consorzio Vino Chianti classico, nato nel 1987, ha ora sede in località Sambuca Val di Pesa nel Comune di Barberino Tavarnelle (FI). Esso disciplina e tutela il vino prodotto nella regione del Chianti Classico, conosciuto anche come Gallo Nero per lo storico simbolo della Lega del Chianti.
La regione del Chianti Classico è la prima zona di produzione vinicola al mondo ad essere stata definita per legge, con un bando del 1716 del granduca di Toscana Cosimo III. Detto bando specificava i confini della zona geografica del Chianti come area di produzione di un vino pregiato ed istituiva una congregazione di vigilanza sulla produzione, la spedizione, il controllo contro le frodi ed il commercio dei vini (una sorta di progenitore degli attuali Consorzi di Tutela).
«…per il Chianti è restato determinato e sia. Dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda, che contiene tre terzi, cioè Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena…..»
(1716, Cosimo III de’ Medici Bando Sopra la Dichiarazione dé Confini delle quattro Regioni Chianti, Pomino, Carmignano, e Val d’Arno di Sopra)
Quindi un territorio diverso da quello tracciato nel 1932 per il Chianti che disegnava sette sottozone, una delle quali, la Classico, comprendeva anche il Chianti vero e proprio, cioè Radda, Gaiole e Castellina, ma anche molti altri comuni estranei alla geografia del Chianti, alcuni dei quali poi aggiunsero al proprio nome la specificazione in Chianti.
Le origini del marchio pare siano ancorate alla antica rivalità tra Siena e Firenze: le due repubbliche si contendevano i confini territoriali da lunghi anni, e per porre fine a queste controversie decisero di far partire dalle rispettive mura due cavalieri “al canto del gallo”, e che avrebbero stabilito il confine geografico tra le due città “là dove si fossero incontrati” dopo aver galoppato l’uno verso l’altro.
I senesi scelsero un bel gallo bianco, che ben presto appesantirono con un’alimentazione eccessiva, sia pure con le migliori intenzioni. I fiorentini scelsero un galletto nero al quale davano poco da mangiare. Il giorno della sfida, il Gallo Nero per la fame iniziò a cantare prima ancora che spuntasse l’alba, e così il cavaliere fiorentino partì molto prima di quello senese, riuscendo ad arrivare vicinissimo alle mura della città rivale e ad aggiudicarsi il territorio del Chianti.
Superiamo per una volta il confine irpino e campano per catapultarci in Toscana.
La Toscana, una regione che in campo enologico fa scaturire ammirazione, rispetto e stima.
In questo articolo voglio approfondire un aspetto particolare del mondo vitivinicolo di questa blasonata zona d’Italia, ovvero la sua grande ecletticità enologica.
Da decenni ormai in Toscana si fondono, si contrappongono, si completano due precise filosofie produttive: quella classica, tradizionale, autoctona e quella “internazionale”.
La prima è legata ad un complesso ampelografico che vede nel Sangiovese la sua incontrastata punta di diamante, un vitigno che in Toscana raggiunge vette qualitative di valore mondiale. L’altra “faccia” enologica è quella che si fonda sui vitigni internazionali, che in alcune zone di questa regione sono riusciti a svilupparsi ad un livello tale da competere e primeggiare senza timori con le migliori espressioni vinicole straniere.
Il grande fascino enologico della Toscana sta anche nel fatto che queste due filosofie, apparentemente complementari, hanno trovato qui anche un punto d’incontro in quei vini che sono storicamente definiti Supertuscans, non solo, alcune Docg e Doc hanno fondato il loro disciplinare su uvaggi formati da Sangiovese e vitigni internazionali.
Dopo questo prologo, andiamo per ordine, iniziando a parlare di quella che possiamo definire la Toscana “autoctona” e tradizionalista. Come dicevamo è il Sangiovese l’incontrastato imperatore dei vitigni di questa regione, nonché il più diffuso come superficie vitata. Quest’uva ha molti cloni e nelle diverse zone d’Italia dove viene coltivata è in grado di offrire peculiarità diverse. Nelle terre di Toscana però riesce ad esprimersi ai suoi massimi livelli, in particolare nella zona di Montalcino, dove nasce il famoso Brunello, frutto del magico connubio di terreno e microclima che regala vini di grande struttura e longevità, prodotti con Sangiovese Grosso in purezza. Sempre in questa zona sono ottimi i risultati che si ottengono con il Rosso di Montalcino Doc, un vino mediamente meno potente e longevo del fratello maggiore, ma che è in grado di regalare grandi soddisfazioni beneficiando dello splendido terroir da cui nasce. Con questa uva però sono diversi i vini di eccellenza prodotti in Toscana, alcuni dei quali non han bisogno di presentazioni, come il Chianti ed il Nobile di Montepulciano, i quali però per disciplinare ammettono anche percentuali di altri vitigni autorizzati oltre al Sangiovese. Numerose poi sono le denominazioni d’origine che vedono quest’uva presente almeno al 70%, per esempio: Morellino di Scansano, Rosso di Montepulciano, Montecucco Sangiovese. In tema di vitigni autoctoni, è d’obbligo la citazione della Vernaccia di San Gimignano Docg, vino bianco che nel 1966 è stato il primo a fregiarsi della denominazione di origine controllata e garantita, prodotto con almeno l’85% di Vernaccia coltivata in questo comune in provincia di Siena.
Veniamo ora alla Toscana per così dire “internazionale”, ovvero quella che sta puntando in modo deciso sulla coltivazione di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syrah, Alicante, Petit Verdot, Sauvignon. Questa scelta ovviamente ha precisi fondamenti storici, non è certo una presa di posizione fine a se stessa. Semplicemente si è deciso in alcune zone di valorizzare il territorio ed il microclima assecondando le naturali potenzialità offerte da madre natura. Per cui, mentre alcuni comparti sono assolutamente vocati per il Sangiovese, in altri i vitigni internazionali si sono fatti strada parlando il linguaggio universale della “qualità”, convincendo i produttori ad allontanarsi dalla tradizione per puntare in modo deciso su queste uve, introducendo anche l’uso della barrique per l’affinamento, che alcuni decenni fa era considerata in Toscana quasi un’eresia.
I primi produttori che hanno creduto a questa impresa erano dei veri e propri pionieri, quasi tutti con un certo potere economico alle spalle che ha permesso questa “sperimentazione” in vigna ed in cantina, con forti investimenti tutti votati alla qualità. Una delle zone principali che ha visto nascere questo fenomeno è quella nei dintorni di Bolgheri e Castagneto Carducci, in provincia di Livorno, ai più nota come la terra che fa nascere il blasonato Sassicaia, noto in Italia ed all’estero per la sua griffe, la qualità ed il prezzo non accessibile a tutti. In generale però gran parte della costa Toscana ha visto negli anni comprendere la potenzialità di quel territorio per i vitigni internazionali, convincendo i produttori a puntare su questo tipo di viticoltura, ottenendo dei risultati qualitativi che indubbiamente confermano la bontà della scelta fatta. Per cui nelle zone di Lucca , Pisa e Livorno, sono innumerevoli gli esempi di grandi vini prodotti esclusivamente utilizzando tali uve, a queste poi si aggiungono altre zone sparse sul territorio toscano che sono dei piccoli bacini vitivinicoli che hanno fatto scelte simili. Possiamo per esempio citare la zona di Cortona, celebre per le potenzialità dei suoi vini a base Syrah e Merlot, che sono in grado di raggiungere punte qualitative davvero entusiasmanti.
Questo processo di “internazionalizzazione” nei decenni ha evoluto il panorama ampelografico toscano, tanto che oggi non è più possibile suddividere in modo netto e preciso il territorio fra zone autoctone e non, ma piuttosto dobbiamo parlare di una profonda integrazione dei vitigni nei quali una tipologia può prevalere rispetto ad un’altra, ma senza l’esclusività assoluta, con la sola eccezione ovviamente della zona di Montalcino, baluardo per eccellenza della tradizione.
Proprio per questo motivo molte delle Docg e Doc di Toscana hanno nel loro disciplinare la possibilità di uvaggi fra Sangiovese e vitigni internazionali consentendo ampie percentuali di quest’ultimi, con una ricerca dell’assemblaggio migliore in grado di enfatizzare le peculiarità qualitative di ogni singola uva.
Esempi di questo sono: Carmignano Docg, Montecarlo Doc, Capalbio Doc, Montescudaio Doc, Monteregio di Massa Doc, Orcia Doc, Sant’Antimo Doc.
A questo punto occorre fare un importante inciso relativo all’importanza del mercato statunitense per la Toscana, in primo luogo perché oltre oceano questa regione gode di una popolarità strepitosa dal punto di vista turistico, grazie a paesaggi, storia, cultura ed enogastronomia. Inoltre molti investitori americani sono venuti in Toscana ed hanno acquisito alcune aziende vitivinicole, anche di grosse dimensioni, ponendo un ulteriore accento sulle esportazioni verso gli Stati Uniti. E’ abbastanza noto come il “gusto” di quest’ultimi nei confronti del Vino sia stato per molti anni legato ad un concetto di “morbidezza”, con prodotti dotati di rotondità e prontezza di beva, caratteristiche che spesso si ottengono partendo da vitigni internazionali, magari affinati in barrique. Ovviamente non si può fare di tuta l’erba un fascio ed i distinguo ci sono, però mediamente le richieste del mercato americano erano volte verso questa tipologia di vini, che inevitabilmente ha spinto i produttori a percorrere strade innovative per venire incontro a queste esigenze, con conseguenti possibilità di ampliare il mercato ed anche il fatturato.
Non a caso in passato venne coniato il nome di Supertuscans per definire tutta quella famiglia di vini prodotti in Toscana con l’utilizzo di vitigni internazionali, in uvaggio fra di loro oppure assieme al Sangiovese, creando così una nuova filosofia produttiva che ha avuto molto seguito e successo. Il precursore di questi vini fu il celebre Tignanello, prodotto negli anni ’70 da Piero Antinori, che attualmente prevede un uvaggio di Sangiovese (85%), Cabernet Sauvignon (10%), Cabernet Franc (5%), che di fatto fu il primo esempio di Supertuscans, rompendo gli schemi di allora relativi al disciplinare del Chianti. Tutti questi “nuovi” prodotti non ebbero paura di esser inizialmente classificati come Vini da Tavola e le aziende puntarono in modo convinto e deciso verso la qualità, con rese bassissime in vigna e grande cura in cantina, introducendo l’uso della barrique, rompendo anche lo schema della tradizione molto radicata sulle botti grandi.
Di quegli anni è anche l’origine del celebre Sassicaia grazie al Marchese Mario Incisa della Rocchetta, attualmente prodotto con Cabernet Sauvignon (85%), Cabernet Franc (15%), che ebbe l’intuizione di impiantare vitigni internazionali nella zona di Bolgheri, ottenendo i successi che tutti conoscono.
Splendido quindi vedere come nel corso dei decenni il sistema ampelografico della Toscana si sia evoluto integrando in maniera splendida tradizione ed innovazione, autoctono ed internazionale, ampliando straordinariamente la tipologia di vini prodotti, arricchendo quindi il valore complessivo dell’impianto enologico italiano. La coesistenza di queste diverse filosofie è uno dei fattori dell’eccezionale successo vitivinicolo della Toscana.
Una considerazione importante però la voglio fare, visto che tocca anche temi di attualità: ritengo che la tradizione e l’innovazione debbano coesistere, aiutarsi, collaborare, ma ci sono dei confini che non devono essere valicati. Mi riferisco al tentativo fatto da alcuni produttori di modificare il disciplinare del Brunello di Montalcino Docg (democraticamente fallito dopo la votazione dei produttori del consorzio) e quello appena provato per mutare quello del Rosso di Montalcino Doc, anch’esso per fortuna respinto. Entrambi puntavano ad “internazionalizzare” questi due vini aggiungendo al Sangiovese delle piccole quantità di Cabernet e Merlot, con lo scopo di “ingentilire” ed “ammorbidire” questi cavalli di razza, rendendoli quindi più facili per il consumatore. Personalmente mi auguro che in Italia vini come Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Barolo, Barbaresco, Sagrantino di Montefalco, Aglianico del Vulture e irpino (vedi Taurasi) continuino ad essere prodotti in purezza con i vitigni storicamente definiti, senza che nessuno sfregi il loro “sangue blu” con modifiche volte ad assecondare mode o leggi di mercato decisamente poco romantiche. Sono vini spesso austeri, potenti, con tannini importanti, che vanno capiti, assecondati e soprattutto bisogna saperli aspettare nel tempo, senza fretta, perché è proprio questo loro carattere aristocratico che nella storia gli ha messi al vertice dell’enologia mondiale, non abbiamo bisogno che qualcuno li “ingentilisca” per aumentarne le vendite, noi appassionati romantici li vogliamo così: “duri e puri”. Sbagliato è il voler snaturare il gusto e la storia di un vino quando la Toscana col suo territorio è in grado di offrirci anche prodotti più immediati, morbidi, con eccellenti livelli qualitativi, tutto questo ringraziando la splendida “democrazia enologica” con cui questa regione ha deciso negli anni di rendere grandi sia il Sangiovese che i vitigni internazionali.
Il Brunello di Caprili è un vino corposo, intenso e complesso, maturato per 36 mesi in grandi botti di Slavonia. Il suo profilo olfattivo è ricco e consistente, con sentori di sottobosco, marasche, china e tonalità elegantemente calde e balsamiche. Il sorso è intenso, robusto,m profondo e minerale, di lunghissima progressione.
La Cantina
L’azienda Caprili, si estende su una superficie 58 ettari, a sud-ovest del territorio nel Comune di Montalcino, sul pendio della collina che degrada verso i fiumi Orcia e Ombrone.
La superficie vitata è di 15,5 ettari di cui 14,5 coltivati a Sangiovese Grosso da cui si produce Brunello di Montalcino D.O.C.G. e Rosso di Montalcino D.O.C., 0,8 ettari sono coltivati a Trebbiano Malvasia e Vermentino e producono S. Antimo Bianco D.O.C., 0,7 ettari sono impiantati a Moscadello e producono l’omonimo vino: il Moscadello di Montalcino D.O.C.
L’azienda ha inoltre 4 ettari di oliveto, da cui si ricava la produzione di un ottimo Olio Extra-Vergine di Oliva che si fregia delle Denominazione di Origine Protetta Terre di Siena.
La Degustazione
Brunello di Montalcino DOCG Caprili Rosso Docg – Sangiovese 100% – Alc. 14% Degustazione: Il Brunello di Montalcino Caprili è la celebrazione di un evento gustativo al quale Alfo Bartolommei ci invita ogni anno, da quasi trent’anni. Un raro esempio di continuità, la Cantina Caprili ha saputo migliorarsi nel corso del tempo senza però perdere il suo stile indissolubilmente legato alla tradizione.
Le vigne di casa Bartolommei sorgono ad un’altezza variabile, intorno ai due, trecento metri sul livello del mare, e possono godere di un’ottima esposizione ai venti provenienti dal mare che per le viti sono un vero toccasana, proteggendole dall’umidità. Ad ogni vendemmia i frutti della terra toscana e delle brezze nate al largo del Mar Tirreno, conservano la loro splendida unicità.
Ogni aroma, ogni sfumatura gustativa, ogni traccia minerale dei suoli calcarei delle colline su cui le uve di sangiovese maturano, è pienamente racchiusa nel Brunello di Montalcino Caprili. La degustazione è ampia, i sentori sono infiniti e morbidi, al palato il Brunello di Montalcino Caprili si apre con ammirevole equilibrio e, prima di andarsene, regala una romantica persistenza. Un grande vino per evocare piacevoli ricordi di eleganza
Colore: Rosso granato, con riflessi rubino.
Profumo: Intense note delicate di sottobosco, di marasche mature e di toni affumicati.
Gusto: Espressivo, intenso, robusto, minerale e vellutato, di lunga progressione.
Ha la stoffa di un campione, ed è in grado di dimostrarsi fine ed elegante come poche altre etichette sanno fare. Il “Baron’ Ugo” è un Chianti Classico Riserva che è prodotto solo in grandi annate, e che matura in grandi botti di rovere per 36 mesi. Ricco, a tratti esplosivo, tanto nei profumi quanto al gusto, si mantiene nel contempo anche agile e vibrante. Targato “Monteraponi”, è un Chianti cesellato alla perfezione in tutte le sue componenti, che al sorso si traducono in una grazia e in una raffinatezza eccezionali. È uno di quei Chianti da riservare per le occasioni più importanti, certi del fatto che vi ritroverete un vino sicuramente all’altezza della situazione.
La Cantina
La Toscana offre nella zona del Chianti Classico uno dei paesaggi più incantevoli di tutta la penisola italiana; una zona dal fascino unico, dove emergono piccoli borghi attorno ai quali l’attività vitivinicola è il fulcro della vita quotidiana. In particolare a Radda in Chianti si trova l’azienda agricola Monteraponi.
Fondata nel 1974, l’azienda appartiene ed è gestita da Michele Braganti, giovane imprenditore dalle idee chiare e dallo spirito forte, a cui va riconosciuto il merito di aver cambiato, nell’ultimo decennio, gli equilibri del Chianti Classico. A Radda in Chianti si incontrano i dodici ettari vitati di proprietà della cantina, esposti a sud a formare una sorta di anfiteatro naturale, al riparo dai freddi venti di tramontana.
In vigna si coltivano solamente quattro vitigni, sangiovese, colorino, canaiolo e trebbiano e la viticoltura si avvale di pratiche agronomiche biologiche, dove si ricerca il basso impatto ambientale e i grappoli che si arrivano a vendemmiare sono schietti e pregiati come pochi. In fase di vinificazione, l’uva viene pressata senza romperne la buccia, e le fermentazioni avvengono in vasche di cemento, senza l’aggiunta di lieviti selezionati. L’affinamento, infine, è svolto in grandi botti ovali di rovere, provenienti dall’Austria e dalla Borgogna e conservate nei locali interrati della cantina, dove il grado di umidità e la temperatura sono costanti tutto l’anno, grazie agli spessi muri di pietra. Da tutto ciò nascono vini decisamente territoriali, caratterizzati da un’ottima personalità, che trovano il loro punto di forza in una progressione gustativa di alto livello: una nota di merito speciale spetta al Chianti Classico, declinato sia in versione base che Riserva, con il “Campitello”, e al “Baron’Ugo”, Toscana IGT prodotto solo nelle grandissime annate. Etichette, quelle che riportano sovraimpresso il nome di “Monteraponi”, dallo stile marcatamente tradizionale, altamente espressive del sangiovese di Radda, e dal fascino veramente irresistibile.
Degustazione: Rosso granato alla vista, elegante e luminoso. Il naso percepisce un bouquet olfattivo prezioso e unico, in cui i sentori di ciliegia e frutti di bosco si uniscono a sfumature che ricordano lo zenzero, il tabacco dolce, il cuoio e le spezie. Raffinato nella componente tannica, al palato risulta essere profondo e avvolgente, equilibrato e di lunga persistenza. Da abbinare alle preparazioni a base di carne rossa o pollame nobile, è ottimo per accompagnare l’anatra brasata.
Con questo articolo, vuole ringraziare di cuore tutti i suoi follower. Ora brevemente spiegherò che cos’è Il Cantiniere Sommelier e perchè è stato creato.
Sono Pasquale Astuto, sono un Sommelier Ais (Associazione Italiana Sommelier) e il creatore della pagina Facebook e del Blog Il Cantiniere Sommelier, il cui nome nasce dalla mia esperienza presso varie cantine, come Cantiniere e nel servizio come Sommelier. Il mio obiettivo è far conoscere il mondo del vino, in tutte le sue fasi dalla vigna al calice, utilizzando un linguaggio comprensibile a tutti, anche chi non è del mestiere. Inoltre chi vuole può seguire anche la pagina ufficiale del nostro Sommelier Pasquale Astuto.
Posso dirvi che ci sono molte cose che bollono in pentola, spero solo che un giorno diventino realtà. Non voglio prolungarmi ma vi ringrazierò con una frase di Pablo Neruda che dice: Una sola parola, logora, ma che brilla come una vecchia moneta: “Grazie!”
Nel piccolo borgo irpino di Lapio tre giorni di festa con tutti i prodotti tipici del luogo, tra ottimo olio, buon miele e straordinari vini Fiano di Avellino e Taurasi rosso.
Dal 2 al 4 agosto 2019 nel caratteristico borgo di Lapio in Irpinia si è svolto il Fiano Love Fest.
Organizzata dalla Pro Loco Lapiana Fiano Love Fest ed è stata organizzata anche con il patrocinio del Comune di Lapio, della Pro loco Sanmanghese e di Slow Food Avellino e il patrocinio morale della Regione Campania.
Nel piccolo borgo di Lapio c’erano i prodotti tipici del luogo, tra cui il premiato olio Ravece D.O.P e il miele di Lapio, il vino Fiano di Avellino e lo straordinario il Taurasi rosso. Durate i tre giorni si sono svolte varie attività. Tra le quali visite guidatenelle cantine, nel centro storico, e si è partecipato alle degustazioni guidate con slow food ed ascoltate tanta buona musica dal vivo.
Quest’anno la festa arrivata alla decima edizione. Nella tre giorni ci saranno infatti le bottiglie prodotte nelle cantine di Lapio: Filadoro, Tenuta Scuotto, Romano Nicola, Feudo Apiano, Rocca del Principe (Montemiletto), Macchie Santa Maria (da Grottaminarda), Case d’Alto (Taurasi), Antica Hirpinia.
Festa organizzata in un modo fantastico. Mi complimento anche per la qualità dei prodotti gastronomici, ma soprattutto per la qualità del vino prodotto dalle aziende il quale vanno i miei più sentiti complimenti. Un ringraziamento a Slow Food per le degustazioni. In ultimo, ma non perché siano meno importanti, complimenti agli amici dell’Onav di Avellino per la loro bravura e impegno messa a disposizione di tutti al banco delle degustazioni.
Il mio augurio è che la Pro Loco Lapiana continui sempre con lo stesso impegno a organizzare questo evento. Complimenti a tutti. AD MAJORA SEMPER.
Barolo o Brunello? Fate la vostra scelta, ma sappiate che anche il miglior vino del mondo può non essere “in forma” quando lo stappate, se proviene da un’annata difficoltosa in cui la Natura non è stata particolarmente d’aiuto. Ma è anche questo il bello del vino. Non ci saranno mai due annate uguali nella produzione vitivinicola. Né in Italia né in qualunque altra zona vinicola del mondo. Questo perché ogni anno ha le sue stagioni che sono soggette ai fenomeni atmosferici e che condizionano l’intero ciclo produttivo; sono loro a “fare” il vino che sarà poi imbottigliato, insieme al lavoro svolto dai produttori. E la magia che c’è ogni volta che stappiamo una bottiglia è proprio questa: scoprire dai colori, dai profumi e dalle specifiche gustative l’annata che è stata quando è stato vendemmiato il vino che abbiamo tra le mani. Se non è questo emozionante cos’altro può esserlo? Con i dati ogni anno elaborati su scala nazionale da Assoenologi abbiamo provato a stilare una sintesi delle annate del vino dell’ultimo decennio.
ANNATA 2004: Settembre con sole, qualche pioggia e una buona escursione termica notturna, condizioni che hanno siglato per la stragrande maggioranza delle regioni un’ottima annata. Per i vini bianchi è stata tra le migliori degli ultimi anni e, per alcuni rossi, molto vicina a quella del 1997. Un incremento della produzione dal 5% fino al 25% in tutte le regioni per la felicità dei produttori.
ANNATA 2005: Le premesse per firmare un ottimo millesimo, nonostante le bizzarrie del tempo, c’erano tutte fino a Ferragosto. Ma le piogge e le basse temperature che hanno caratterizzato la seconda metà del mese hanno rimesso però tutto in discussione. Dunque una qualità buona con poche punte qualificate al nord e di maggiore interesse al Sud e nelle Isole come il Latinia, bianco sardo.
ANNATA2006: Nel Centro-Nord la vendemmia sarà ricordata come la migliore degli ultimi cinque anni: complessivamente ottima, anche se con poche punte di eccellenza. Maggiormente eterogenea al Sud e nelle Isole dove si è riscontrata una più accentuata variabilità dovuta alle bizzarrie del tempo. L’anno 2006 si ricorda anche per aver segnato una svolta nel mondo degli spumanti, in particolare della Franciacorta.
ANNATA2007
Lo strano andamento climatico ha portato, tra alti e bassi, a una qualità eterogenea ma complessivamente molto interessante per le varietà precoci. Per le tipologie vendemmiate dopo la metà di settembre i livelli sono risultati ottimi. Al Nord i rossi hanno raggiunto i massimi livelli, con eccellenti profumi e una esuberante carica di tannini morbidi dovuti all’ottimale maturità fenolica. Da quest’anno in poi ha avuto molta salute il trebbiano in Abruzzo, specialmente il Trebbiano Valentini.
ANNATA2008: Le più che positive condizioni climatiche verificatesi in tutt’Italia nei mesi di settembre e di ottobre hanno prolungato il periodo di raccolta e permesso un forte recupero qualitativo al Centro-Nord, in particolar modo per quei vini ottenuti da uve vendemmiate dopo la metà del mese di settembre. Il 2008 sarà ricordata come un’annata eterogenea, ma complessivamente buona con alcune punte di ottimo tra cui il Negroamaro Salento Igp.
ANNATA2009: La qualità ha maggiormente premiato il Centro-Nord d’Italia, dove, in molte regioni, è stata eccellente. Nel Centro-Sud il bizzarro andamento climatico e meteorico, caratterizzato prima da temperature elevate, poi da piogge di durata inconsueta, ha mantenuto l’eterogeneità inizialmente ipotizzata determinando una qualità a macchia di leopardo. Ottimi anche Soave e Recioto della Valpolicella Classico Doc in questa annata.
ANNATA2010
L’eterogeneità qualitativa di fine agosto è stata confermata a fine campagna, con un’Italia vinicola mista, dove in una stessa regione il buono si è scontrato con l’eccellente e l’ottimo con il mediocre. Complessivamente la qualità della produzione 2010 è risultata buona ma con assenza di eccellenze a parte qualche eccezione come il Castello della Sala con il suo Muffato della Sala, Umbria Igt.
ANNATA2011: Sarebbe potuta essere un’annata abbondante. Purtroppo le ultime due settimane di agosto e il mese di settembre, hanno lasciato il segno a causa del caldo. Complessivamente il 2011 per i vini bianchi è risultato interessante, meno per quelli rossi.
ANNATA2012: L’annus horribilis. Annata caratterizzata da una forte eterogeneità. Complessivamente la qualità del vino 2012 è stata mediocre e non di certo da ricordare. Si ricordano però i successi delle tenute siciliane come Tasca d’Almerita, Duca di Salaparuta, Donnafugata e Arianna Occhipinti che in quell’anno hanno entusiasmato.
ANNATA2013
Un clima altalenante e un’estate meno arida degli anni precedenti. Le escursioni termiche tra giorno e notte sono state equilibrate, mentre le temperature non eccessivamente bollenti, con pochi periodi aridi, hanno favorito una maturazione distribuita e graduale, ottima per i vini italiani. Ottime le uve di Aglianico, Cabernet e Nerello raccolte a novembre.
ANNATA2014: Pioggia d’estate e freddo in primavera con le stagioni impazzite. La grande piovosità di agosto ha inciso soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre nel Meridione a far danni è stata una primavera più rigida del previsto, dopo l’inverno mite che aveva anticipato la fioritura dei vigneti. In un caso e nell’altro la produzione è stata completamente scombussolata.
ANNATA2015: Grazie a un’estate straordinaria, la vendemmia 2015 è stata eccezionale sia per qualità che per quantità. È la Toscana che ha brindato a una crescita euforica dell’export del 25,8%. Non resta che aspettare e stappare le prime bottiglie, ovviamente non solo di Chianti.
ANNATA2016: Il meteo è stato più clemente rispetto agli anni passati, niente caldo torrido che accelera la maturazione delle uve, con un periodo di vendemmia che è tornato negli “standard”: tra la fine di settembre e la prima quindicina di ottobre, conclusione nella prima decade di novembre per le vendemmie tardive. Assoenologi nel complesso definisce la qualità “ottima con diverse punte di eccellente”, soprattutto nella totalità del Centro Nord e nelle Isole. Addirittura si parla di un 2016 “da incorniciare”! Barbaresco e Barolo con grandi profumi e tannini morbidi grazie alla perfetta maturità fenolica, e in Lombardiaè stata definita un’annata eccezionale.
ANNATA2017: Eventi climatici disastrosi, un’ondata di gelo prima, e di siccità dopo, hanno portato un’importante perdita di resa. A memoria d’uomo non si ricorda un’annata come questa, i dati a disposizione evidenziano una produzione di oltre 15 milioni di ettolitri in meno rispetto al 2016, portando così la 2017 al secondo posto tra le vendemmie più scarse dal dopoguerra ad oggi, superata solo da quella del 1947. Da dimenticare.
ANNATA2018: Annata di piena produzione definita da Assoenologi “inusuale” a causa delle punte di caldo alternate a forti precipitazioni che hanno creato un’elevata umidità. Grazie però al caldo di aprile, l’andamento è stato regolare con un elevato numero di grappoli. Una produzione abbondante che si colloca al secondo posto tra le vendemmie degli ultimi 20 anni, dove la Puglia diventa la regione più produttiva d’Italia. Occhio di riguardo per le “migliori uve dell’anno” che pare provengano dai pendii della fascia pedemontana del Valdobbiadene Docg.
Ovviamente soltanto stappando le prime bottiglie, da poco in commercio, si può avere un’idea di come effettivamente sia andata, ma per i grandi vini vendemmiati negli ultimi due anni dovremo aspettare ancora un po’. E voi quale annata preferite? Ne avete una a cui siete particolarmente legati?
Pasquale Astuto, classe 1990. Si diploma all’I.S.I.S.S. “Gregorio Ronca” di Solofra (Avellino) in Perito Industriale Capotecnico con specializzazione in Chimica Conciaria. Ha una breve esperienza nell’Esercito Italiano e al rientro, dopo circa un anno, inizia il Servizio Civile per circa un paio di anni presso il Comune di San Michele di Serino. In questi anni ha deciso di investire nel mondo vitivinicolo.
Nel Settembre 2015 si iscrive, al corso professionale per Sommelier, all’Associazione Italiana Sommelier (Ais) presso la delegazione di Avellino e dove si diploma Sommelier nel Marzo 2017. Appena diplomato si iscrive al Gruppo di Servizio della sua delegazione dove fa servizio fino a Novembre 2018.
Nel periodo Maggio/Luglio 2016, presso la Cooperativa Sociale La Girella di Avellino, ha frequentato il corso di Addetto alla Vinificazione con i vari tirocini in aziende vitivinicole irpine. Dove per circa un paio d’anni si ritrova a lavorare, stagionalmente, in alcune aziende irpine come operaio stagionale per la vendemmia e l’imbottigliamento. Con questa esperienze Pasquale è riuscito a sbarcare i confini regionali, arrivando a lavorare, sempre come operaio stagionale, nel Luglio 2018 in una azienda dei Castelli Romani.
Pasquale in questi due anni da Sommelier ha lavorato in alcune vinerie, ristoranti e fatto servizio con l’Associazione Italiana Sommelier. Acquisita un pò di esperienza, nell’Aprile 2018, con la delegazione Ais di Avellino ha avuto modo di fare servizio alla 52° edizione del Vinitaly presso il padiglione Campania area Irpinia presso la Camera di Commercio di Avellino.
In questi due anni da Sommelier, a Pasquale, non gli sono mancate le varie degustazioni e lo stesso Pasquale ha detto che ne verrano delle altre perchè solo con le degustazioni e lo studio si possono capire le mille sfaccettature di ogni vino e di ogni singola zona vitivinicola. Infine ci ha spiegato che l’esame finale da Sommelier non è stato un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Perchè con l’esame si è concluso il percorso di studi dove l’Ais ha dato le giuste competenze per poi metterle in pratica, poi spetta a ogni singolo Sommelier metterle in pratica nel miglior modo possibile.
Pasquale da Marzo 2019 ha deciso di essere un Sommelier Freelance, cioè essere chiamato in servizio da più aziende vitivinicole presso le loro strutture o ai vari eventi pubblici.
Dal 16 Luglio 2019 Pasquale è diventato il sommelier ufficiale de Il Cantiniere Sommelier per la parte delle degustazioni del vino. Infatti si è anche aperto la sua pagina Facebook Sommelier Pasquale Astuto.
Con questo articolo, lo staff de Il Cantiniere Sommelier vi ha presentato il suo Sommelier ufficiale e vi ringraziamo per l’attenzione.
È molto antico e non se ne conosce l’esatta origine, ma già diffuso nell’impero romano.
Gli acini sono medi o piccoli, sferoidali, la buccia pruinosa presenta un colore verde giallastro o grigio ambrato a seconda dell’esposizione solare. La foglia è piccola, e ha cinque lobi; il grappolo è grande e allungato, alato e molto compatto.
È coltivato in varie regioni d’Italia, dalla Liguria alla Campania alla Calabria, dove matura in mesi leggermente diversi, ma si può dire generalmente in ottobre.