Vinitaly

Vinitaly è un Salone Internazionale del vino e dei distillati, che si tiene a Verona dal 1967, con cadenza annuale. Vinitaly si estende per oltre 95 000 m², conta più di 4 000 espositori l’anno e registra circa 150 000 visitatori per edizione. Il salone raccoglie produttori, importatori, distributori, ristoratori, tecnici, giornalisti e opinion leader.

Ogni anno ospita oltre cinquanta degustazioni tematiche di vini italiani e stranieri e propone un programma convegnistico che affronta le principali tematiche legate alla domanda ed offerta del mercato del vino, le analisi sono condotte dell’Osservatori di Vinitaly Studi&Ricerche.

Oltre alle aree espositive dedicate ai produttori di vino, il salone si compone di workshop, buyers club ed aree espositive speciali per promuovere il Made in Italy e far conoscere sul mercato le aziende emergenti. Nel contesto di Vinitaly si organizzano concorsi e premi internazionali, i più famosi: il Concorso Enologico l’Internazionale, International Packaging Competition e il Premio Internazionale Vinitaly che assieme all’International Wine and Spirit Competition promuove la divulgazione della cultura del vino nel mondo. In contemporanea al Salone del vino si tengono: Sol, Salone Internazionale dell’Olio d’Oliva Extravergine di Qualità, Agrifood Club, Rassegna dell’Agroalimentare di Qualità, ed Enolitech, Salone Internazionale delle Tecniche per la Viticultura, l’Enologia e delle Tecnologie Olivicole ed Olearie.

Vinitaly inoltre organizza il fuorisalone Vinitaly for You, evento winebar che si tiene nel centro storico di Verona.

Vinitaly svolge anche la funzione di ambasciatore del vino italiano nel mondo attraverso Vinitaly in the world che organizza eventi nei principali mercati internazionali.

Storia

  • 1867: prima esposizione enologica veronese nell’arena.
  • 1967: il 22 e il 23 settembre si svolgono nel palazzo della Gran Guardia le Giornate del Vino Italiano. È l’atto di nascita ufficiale di Vinitaly.
  • 1969: nella terza edizione delle Giornate del Vino Italiano, accanto all’attività convegnistica, 130 case vinicole espongono i loro prodotti.
  • 1971: la manifestazione assume il nome di Vinitaly – Salone delle Attività Vitivinicole. Al Vinitaly si affianca anche una sezione merceologica dedicata a macchine, attrezzature e prodotti per l’enologia.
  • 1978: Vinitaly ottiene la qualifica di «internazionale» comprende la partecipazione di aziende estere.
  • 1987: all’interno di Vinitaly nasce il primo Salone dell’Oliva.
  • 1988: il Salone dell’Oliva diventa SOL. Nasce anche Distilla, il Salone della Grappa, del Brandy e dei Distillati.
  • 1992: nasce il Concorso Enologico Internazionale.
  • 1995: Vinitaly assorbe Distilla e assume la denominazione Vinitaly – Salone Internazionale del Vino e dei Distillati.
  • 1996: nasce l’International Packaging Competition, per premiare il miglior abbigliaggio del vino.
  • 1998: Nasce China Wine. Il settore delle attrezzature dedicate al vino e all’olio diviene una rassegna ad hoc, Enolitech, il Salone delle Tecniche per la Viticoltura, l’Enologia e delle Tecnologie Olivicole ed Olearie.
  • 2002: a giugno Veronafiere porta Vino&Olio a Singapore.
  • 2003: dopo una prima esperienza nel 2002, la rassegna raggiunge l’America con Vinitaly US Tour a Chicago e San Francisco, e partecipa ad IFOWS, l’Italian Food and Wine Show di Mumbay, in India.
  • 2004: il marchio Vinitaly viene speso direttamente, per la prima volta, dopo sei anni di presenza, in Cina e in Russia.
  • 2006: Vinitaly Presenta due nuovi padiglioni espositivi (10 e 11) e amplia la presenza sui mercati esteri grazie a Vinitaly Japan, in novembre a Tokyo, alla prima edizione con il marchio Vinitaly in India, a Mumbay e New Delhi, alla terza in Russia con San Pietroburgo insieme a Mosca, a Vinitaly US Tour (a Chicago, Los Angeles e Las Vegas) e a Vinitaly China a Shanghai (Cina). Il Concorso Internazionale di Packaging apre ai liquori e distillati ottenuti da frutta diversa dall’uva; nel 2005 aveva accolto i distillati provenienti dai prodotti vitivinicoli.
  • 2009: Dopo la positiva esperienza del 2008 di Agrifood Club viene deciso il definitivo ampliamento dell’offerta merceologica a favore degli operatori esteri interessati, oltre che al vino con Vinitaly e all’olio extravergine di oliva con Sol, a tutto il made in Italy agroalimentare.
  • 2010: Vinitaly World Tour cambia format per diventare Vinitaly in the World, dopo l’accordo tra il Ministero delle Politiche Agricole e Veronafiere.

Bolgheri Sassicaia

Il Bolgheri Sassicaia è un vino DOC la cui produzione è consentita in una specifica zona del comune di Castagneto Carducci, prodotto con almeno l’80% di Cabernet Sauvignon. Il Bolgheri Sassicaia è uno dei vini italiani più pregiati ed è prodotto esclusivamente dall’azienda Tenuta San Guido, che possiede tutti i vigneti all’interno dell’area delimitata dalla DOC.

Caratteristiche organolettiche

  • Colore: rosso rubino intenso, tendente al granato con l’affinamento.
  • Odore: ricco, elegante, maestoso.
  • Sapore: asciutto, pieno, robusto e armonico, con buona elegante struttura.

Cenni storici

Intorno agli anni quaranta il marchese Mario Incisa della Rocchetta, appassionato di vini francesi, importò dalla  tenuta dei Duchi Salviati a Migliarino alcune barbatelle di cabernet sauvignon e di cabernet franc. La decisione di piantare questi vitigni fu in parte dovuta alla somiglianza morfologica che egli aveva notato tra la zona di provenienza denominata Graves, a Bordeaux, e quella dove avrebbe poi fatto crescere i vitigni. E piantò i vitigni all’interno della tenuta San Guido, nella Maremma livornese, ne ebbe grande cura e nel 1944 ottenne le prime bottiglie di Sassicaia. Il vino fu prodotto inizialmente ad esclusivo uso familiare, in controtendenza con gli standard produttivi dei tempi che tendevano a privilegiare la quantità alla qualità. La prima annata commercializzata fu il 1968.

Alla fine del 2013, con la pubblicazione del relativo decreto da parte del Mipaaf, il Sassicaia si è staccato dalla DOC Bolgheri (di cui era sottozona sino dal 1994, anno di nascita della DOC) ed è diventato una DOC autonoma. Questo passo completa il percorso cominciato come semplice vino da tavola, successivamente sottozona DOC e, finalmente, DOC a se stante (Bolgheri Sassicaia).

Nel 2018 cadono i 50 anni dalla prima commercializzazione, e per l’occasione si è tenuta a Lucca, durante la manifestazione Anteprima Vini della Costa Toscana organizzata dall’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana, una degustazione verticale.

Come per tutti i vini prestigiosi le vecchie e/o grandi annate di Sassicaia raggiungono prezzi rilevanti, spesso oggetto di ricerca tra appassionati e commercianti.

DOC proprietaria

Il Sassicaia detiene un primato: è il primo vino italiano di una specifica cantina, che, come succede in Francia per pochissimi vini celeberrimi, ha una DOC riservata appositamente. La denominazione Bolgheri Sassicaia può utilizzarla esclusivamente la Tenuta San Guido (della famiglia Incisa della Rocchetta) per il suo vino corrispondente (questo perché Sassicaia è un cru in Bolgheri interamente posseduto da Tenuta San Guido).

Abbinamenti consigliati

Particolarmente indicato per i cibi dal sapore intenso e caccia, in particolar modo il piccione arrosto, i filetti alla bordolese, i formaggi dal sapore deciso. Consigliato anche il semplice abbinamento con qualche noce e fungo porcino crudo, condito con poche gocce di olio di oliva e qualche erba aromatica mediterranea.

Tabella annate

I fattori climatici nella fase vegetativa della vite (aprile-settembre) ricoprono un ruolo fondamentale sulle caratteristiche finali di una determinata annata. Tuttavia va aggiunta anche la selezione delle uve migliori, il metodo di vinificazione e il successivo invecchiamento ed affinamento.

Tra le annate eccellenti quelle del 1978, 1985, 1988, 1990, 1995, 1997 e 2004 che si avvicinano alla perfezione; di seguito è riportata la tabella delle annate dal 1968 in poi, con le previsioni per quelle più recenti in affinamento.

Tabella delle annate del Bolgheri Sassicaia

Legenda

  • ***** + Storica
  • ***** Eccellente
  • **** Ottima
  • *** Pregevole
  • ** Mediocre
  • * Insufficiente


1968 *
1969 ***
1970 ****
1971 ****
1972 ***
1973 ****
1974 ***
1975 *
1976 **
1977 *

1978 * +
1979 ***
1980 ***
1981 *
1982 ****
1983 ****
1984 **
1985 * +
1986 ***
1987 ****

1988 * +
1989 ***
1990 ***** +
1991 ***
1992 ****
1993 *****
1994 *****
1995 ***** +
1996 ****
1997 * +

1998****
1999
****
2000 ****
2001 *****
2002 ***
2003 ****
2004 ***** +

Previsioni per le annate in affinamento

2005 ****
2006 *****
2015 *****+

Castello di Poppiano e i suoi vini

Tricorno 2015

Rosso Igt – Cabernet Sauvignon 50%, Merlot 30%, Sangiovese 20% – Alc. 14,5% – € 49 – Bottiglie prodotte 10.000

Degustazione: Rosso rubino vivace. L’apertura fruttata e floreale, dominata da prugna e mirtillo sotto spirito, violetta e rosa canina, lascia lentamente spazio a nuance di tabacco e delicate speziature. Sorso pieno e appagante, con tannini setosi ottimamente integrati nella struttura. Finale lungo e sapido, con ricordi vegetali. Matura in barrique di rovere per 18 mesi e affina per 3 mesi in bottiglia. Petto d’anatra lardellato.

La Historia di Italia 2015

Rosso Igt – Merlot 100% – Alc. 14,5% – € 39 – Bottiglie prodotte 8.000

Degustazione: Rubino profondo. Esordio olfattivo di confettura di mora e mirtillo, glicine e petali di rosa, poi eleganti cenni di tè ed erbe aromatiche, mirto e sfumature mentolate. Ricco al palato, caratterizzato da una trama tannica bene in evidenza, bilanciata dalla morbidezza. Intrigante ritorno di erbe aromatiche. Riposa in barrique per 18 mesi. Lepre in porchetta.

ACCADDE OGGI – Terremoto Irpinia: 39 anni fa l’apocalisse del Sud

Erano le 19 e 34 di domenica 23 novembre 1980 quando un sisma di magnitudo 6,9 colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale – Le conseguenze furono terribili: circa 300mila sfollati, 10mila feriti e quasi 3mila morti

“Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano”. Queste le parole scelte da Alberto Moravia per descrivere gli effetti devastanti del terremoto in Irpinia, una delle peggiori calamità che abbiano mai colpito il nostro Paese, di cui oggi ricorre l’anniversario numero 39.

Erano le 19 e 34 di domenica 23 novembre 1980 quando un sisma di magnitudo 6,9 (10° grado sui 12 della scala Mercalli, livello classificato come “completamente distruttivo”) colpì la Campania centrale e la Basilicata centro-settentrionale, con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania. La scossa durò 90 secondi, con ipocentro a circa 10 km di profondità, e interessò un’area di 17mila chilometri quadrati.

Le conseguenze furono terribili: 280mila sfollati8.848 feriti e, secondo le stime più attendibili, 2.914 morti. Crolli e lesioni si registrarono fino a Napoli: a Poggioreale crollò un palazzo in via Stadera, probabilmente a causa di difetti di costruzione, causando 52 morti.

Secondo l’Ufficio del Commissario Straordinario, dei 679 comuni appartenenti alle otto aree interessate dal terremoto (Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia), ben 506 (il 74%) furono danneggiati.

Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci – disse due giorni dopo il sisma Sandro Pertini, allora presidente della Repubblica – Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi”.

I soccorsi furono tardivi e insufficienti per diverse ragioni: le difficoltà di accesso alle zone dell’entroterra, isolate più di quanto già non fossero per il crollo di strade e ponti; il cattivo stato delle infrastrutture (a cominciare da quelle elettriche e telefoniche) e l’assenza di un’organizzazione come la Protezione Civile, che fu creata soltanto 12 anni più tardi.

La prima stima dei danni, che venne fatta nel 1981, parlava di circa 8mila miliardi di lire. La cifra è lievitata nel tempo, fino a superare i 60mila miliardi di lire nel 2000 e i 32 miliardi di euro nel 2008. Secondo Sergio Rizzo, attualizzando le cifre, la stima arriva a quota 66 miliardi di euro.

Una parte consistente di questi fondi andò però dispersa fra i gangli della politica corrotta (locale e nazionale) e della criminalità organizzata.

Tenute Al Bano

Nell’antica masseria di Curti Petrizzi, la viticoltura è una tradizione che si tramanda da secoli. Intorno ad un’ampia fascia di macchia mediterranea, fin dal Settecento piccoli vigneti venivano coltivati con cura per creare un “nettare” delizioso non solo per il conte Balzamo, proprietario di queste terre, ma anche per quelli che – alla metà dell’Ottocento dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie – furono definiti “disertori” e che, sono passati alla storia come “briganti” dopo l’unificazione dell’Italia.

Un trisavolo di Al Bano Carrisi, esattamente il bisnonno, nell’attiguo bosco lavorava come carbonaio. Era l’unico, secondo quanto risulta dagli impolverati documenti di famiglia, ad avere contatti diretti con i “briganti”.

A lui, infatti, le undici persone che si nascondevano nelle campagne di Cellino San Marco si rivolgevano per avere vettovaglie e l’immancabile e delizioso vino di queste contrade. L’anziano carbonaio, temendo i “disertori”, non poteva sottrarsi al suo compito di “corriere”. Così, non ha mai fatto mancare a quegli uomini l’ottimo bicchiere di “miero”, come in dialetto ancora si indica il vino puro (dal latino “merum”).

I libri di storia raccontano che negli ultimi giorni di luglio del 1861, quei “briganti” furono scovati dal capitano Luigi Lupinacci che pose fine alle loro avventure disperate.

Uomini e storia passano in una terra che oggi, proprietà dei Carrisi, è stata completamente trasformata nel rispetto assoluto di una natura rigogliosa come nel secolo scorso.

Di quegli anni, però, resta la tradizione di un grande vino: la stessa del secolo scorso che oggi, grazie alle cantine del cantante Al Bano Carrisi, arriva genuina come allora, sulle tavole di tutto il mondo.

La cantina

«Partirò. Diventerò un cantante e quando tornerò, costruirò una cantina per dedicarla a te.»

Al Bano partì dal piccolo paese di Cellino San Marco, situato nel cuore del Salento, e da una situazione di povertà, pronunciando questa frase al padre, Don Carmelo. La promessa la mantenne.

Nascono così le Cantine di Al Bano Carrisi, da una linea di vini bianchi chiamati appunto “Don Carmelo”.
Oggi le Cantine producono 10 linee di vino, grappa spumante ed un ottimo olio d’oliva. I vini variano tra rossi, rosati e bianchi, ricavati da vigneti tra i 40 e 75 anni che comprendono il Primitivo, Negroamaro, Salice Salentino, Chardonnay e Aleatico

«Quando ero bambino Don Carmelo, mio padre, mi portò alla vigna e mi insegnò a liberarla dalle erbacce. “Se dai alla terra, la terra ti dà”, mi diceva, così ho capito che prima ancora del vino, dalla vigna ti veniva un sorso di saggezza. Ho dedicato al “Mio Vecchio Saggio” questo vino che mi aiuta a riscoprire il calore degli affetti ed il colore degli anni.»

L’amore e il rispetto per la terra è un principio che Al Bano ha imparato sin dalla nascita. Nato in una famiglia di contadini, il cantante non ha mai perso quei valori che ha portato sempre con se e che impone come obiettivo principale nella produzione dei suoi vini.

Rispettando le caratteristiche del suolo, secondo una rigorosa tradizione locale, le grandi distese di vigneti coltivati a filari garantiscono la migliore qualità delle uve. Non a caso le uve delle Cantine di Al Bano Carrisi sono controllate all’origine, affinché il prodotto sia raccolto e lavorato proprio nel preciso momento della sua maturazione. Infatti, mani sapienti ed esperte, seguono tutte le varie fasi della lavorazione, dalla raccolta delle uve selezionate, favorita dal clima tipicamente indicato per questa produzione, all’invecchiamento delle botti di rovere.

Il procedimento di cui l’artista va giustamente orgoglioso, perché un buon vino deve essere curato con amore e passione nel pieno rispetto delle leggi della natura. Per questo le Cantine di Al Bano Carrisi, pur allineandosi alle nuove esigenze tecnologiche del settore vitivinicolo, sono il simbolo e nello stesso tempo la prova tangibile di una civiltà del vino che si tramanda di generazione in generazione, in nome della genuinità che racchiude le radici storiche e culturali di un modo di vivere e di essere.

La Puglia è terra di antichissime tradizioni vinicole. Le pianure pugliesi sono state un santuario per la vite e l’ulivo, sin dai tempi dei Fenici e dei Greci. Lo stesso Omero parlava di questa regione, come un luogo di “eterna primavera” e sono state queste particolari condizioni climatiche a favorire una abbondanza e varietà di vini raffinati. La coltivazione della vite era già praticata fin dai tempi della colonizzazione greca nell’VIII secolo avanti Cristo.

Nell’antichità, la Puglia era la cantina dell’Impero Romano con la produzione di olio d’oliva e vino, le cui finissime qualità possono ancora oggi essere apprezzate.

Vespa – Vignaioli per Passione

La passione è un frutto spontaneo che cresce piano e matura col tempo. Da quarant’anni, in famiglia, coltiviamo un segreto chiamato vino. Di padre in figlio, per fare di ogni attimo trascorso insieme una gran bella annata.

“Vespa – Vignaioli per passione” è il nome con cui, nel 2014, la famiglia Vespa si è presentata al mercato vinicolo italiano e internazionale.Bruno Vespa, noto giornalista televisivo, è un cultore ed appassionato di vino, fin da quando, negli anni ’70, il grande Luigi Veronelli gli insegnò ad amare gli uomini e le donne che fanno parte di questo mondo.Da decenni Vespa ne racconta le storie e i personaggi nei suoi articoli, un giorno ha deciso di intraprendere la strada della viticoltura associando all’impresa i figli Alessandro e Federico.

La cantina Bruno Vespa, fondata nel 2014, si appoggia poi alla decennale conoscenza dell’enologo Riccardo Cotarella, fratello di Renzo, che per vocazione propria ha da sempre avuto a cuore la riscoperta degli antichi vitigni del territorio. Qui a Manduria, chiaramente, le varietà di vite che vengono elaborate in cantina sono i classici della tradizione pugliese: il Negroamaro, dislocato nelle aree geografiche di Manduria e Lizzano e beneficia delle correnti di aria fresca provenienti dal mar Ionio; il Primitivo, il Re di questa terra che matura molto precocemente ed è capace di regalare espressioni armoniche, vellutate e di potente concentrazione gustativa; il Fiano, da sempre tipica uva bianca del territorio che regala versioni avvolgenti, intense e dall’inaspettata freschezza.

Bruno Vespa Vignaioli inscrive il suo quartier generale all’interno della magnifica masseria “Li Reni”, situata appena fuori al comune di Manduria, nasce come residenza gentilizia della famiglia Troiani nella seconda metà del Cinquecento. Dal 2015 poi la proprietà viene trasferita alla famiglia Vespa, che ristrutturandola l’ha riportata agli antichi fasti di un tempo, grazie ad una serie di interventi radicali di restauro conservativo. Ora è adibita a struttura ricettiva di lusso, dove la poesia della terra pugliese è altamente percepibile, elevata semplicemente dal profumo mediterraneo e da un avvolgente calice di Primitivo.

Bocelli 1831

La famiglia Bocelli ha origini contadine. Nel diciottesimo secolo i Bocelli furono mezzadri presso la fattoria di Spedaletto (tra Lajatico e Volterra), proprietà dei principi Corsini. Il 21 marzo 1831, dando fondo ai propri risparmi, Gaspero Bocelli si affranca da colono e diventa piccolo proprietario terriero, acquisendo per la somma di 1000 scudi il Podere Poggioncino.

Il nome dei primogeniti di casa Bocelli, da sette generazioni, principia per “A”. Come Anselmo, figlio di Gaspero, colui che, il 12 gennaio 1867, per il prezzo di lire 4.704, compra due ettari di terra con fabbricati (uno dei quali, già adibito ad osteria) lungo l’attuale via Volterrana; come il trisnonno Antonio, come suo figlio Anselmo, come il nonno Alcide, perito elettromeccanico, inventore; come Alessandro, che oltre al figlio maggiore, Andrea (1958), destina la prima lettera dell’alfabeto anche ad Alberto (1961)… E la tradizione prosegue: con Amos, il maggiore di Andrea, con Alessio, il maggiore di Alberto.

Alcide, un “ragazzo del ‘99” (com’erano chiamati i nati nell’ultimo anno dell’Ottocento, forzati – poco più che adolescenti – a imbracciare le armi nel primo conflitto mondiale), inventa le applicazioni del motore a scoppio per alcuni utensili in agricoltura, e si favoleggia abbia poi venduto il brevetto a un’azienda importante. Quel particolare talento gli salva la vita, perché grazie alle proprie capacità, anziché al fronte, in tempo di guerra è destinato alle officine dell’aereonautica, a riparare velivoli.

Nonno Alcide mette a frutto il proprio ingegno convertendo l’attività paterna in un commercio di macchine agricole sempre più fiorente. Macchine che acquista e trasforma, oppure che costruisce ex novo. Nasce così l’attività mercantile delle “Officine Bocelli” che, insieme a quella agricola, darà da vivere alla famiglia fino agli anni ’80.

Nonostante il redditizio commercio, la principale passione di Alcide resta quella per la terra. Suo figlio Alessandro (classe 1928) eredita, oltre all’azienda, l’amore viscerale per i campi della sua Toscana, con le vigne e gli ulivi secolari. Potendo contare sul prezioso supporto della moglie, Edi Aringhieri Bocelli, in una vita di lavoro riesce ad ingrandire e diversificare sia l’attività agricola che quella commerciale.

La nuova generazione intraprende, però, differenti percorsi: Alberto si laurea in architettura, Andrea in giurisprudenza (anche se la sua passione per la musica è via via sempre più preminente). I genitori decidono allora di cedere l’azienda e, seguendo la soluzione eticamente più corretta, la affidano agli stessi operai che vi lavoravano.
Il resto è storia nota: nell’arte dei suoni così come nella filantropia, Andrea Bocelli ha scalato il mondo. La sua voce è riconosciuta ovunque quale testimonianza della più alta tradizione belcantistica italiana; il suo impegno nella diffusione globale di messaggi quali positività, speranza, perseveranza, e nel sostenere cause sociali, fa sì che egli venga percepito, in ogni dove, come concittadino: voce che dà voce al mondo.

Officine Bocelli – Food Court

La famiglia Bocelli ha origini contadine, l’attaccamento alla loro terra ha sempre fatto parte di loro, tanto che in questa struttura, in origine adibita a Osteria e poi successivamente a officina meccanica, hanno deciso di dare vita ad un luogo che celebrasse la bellezza e la bontà di questa terra.

L’intera famiglia Bocelli ha creduto in questa nuova avventura, creando un ambiente che parlasse di arte, sia essa culinaria, musicale, enologica, e selezionando personale che avesse lo stesso amore e la stessa cura per i prodotti locali.

La fusione di queste grandi passioni ha dato vita alle Officine Bocelli.

Vendemmia 2019. Ecco le stime ufficiali.

ARRIVANO LE PRIME STIME UFFICIALI A LIVELLO GLOBALE DOPO UN 2018 DA RECORD. IL CLIMA SFAVOREVOLE PER ITALIA, FRANCIA E SPAGNA TRASCINA IN BASSO I VOLUMI, CHE DOVREBBERO AGGIRARSI SUI 263 MILIONI DI ETTOLITRI. IN EUROPA, SI SALVA SOLO IL PORTOGALLO, MA IL BELPAESE RESTA IN TESTA.

Produzione mondiale in calo del 10%. L’Oiv: “Si torna nelle medie”

Dopo l’elevatissimo ed eccezionale raccolto del 2018, la produzione mondiale di vino torna nella media degli anni precedenti. Le attese proiezioni dell’Oiv (Organizzazione internazionale della vigna e del vino) collocano i livelli del 2019 intorno ai 263 milioni di ettolitri (esclusi succhi e mosti).

La conferenza stampa del direttore generale dell’Oiv, Pau Roca, tenuta nella sede parigina dell’organizzazione in Rue de Monceau, ha fatto un primo punto sulla vendemmia, quando nell’emisfero Nord il raccolto è nella sua fase finale (in Italia, ad esempio, si raccoglie ancora in Valtellina e nelle zone del Vulture) e coi dati dell’emisfero Sud che sono decisamente più precisi, dal momento che le uve sono in cantina già da inizio anno.

L’andamento Paese per Paese

In generale, il clima sfavorevole ha condizionato in modo determinante le campagne di Italia, Francia e Spagna, primi tre produttori mondiali di vino, che hanno registrato quantitativi inferiori alle medie storiche. Nel continente europeo, solo il Portogallo segna una produzione superiore all’anno precedente. Nelle Americhe, un lieve calo è atteso negli Stati Uniti, alle prese coi violenti incendi in California dove il raccolto è, tuttavia, già stato effettuato, come hanno specificato i viticoltori dell’area di Sonoma; e diminuzioni sensibili risultano certificate per Argentina e Cile in questa annata. Il Sud Africa, per il secondo anno consecutivo, perde terreno con quantità sotto le medie. Infine, Australia e Nuova Zelanda si posizionano leggermente al di sotto dei livelli del 2018.

Il vino in cifre

Entrando nel dettaglio, come spiega l’Oiv sulla base delle informazioni raccolte nei 28 Paesi che costituiscono l’85% del prodotto mondiale del 2018, il mercato del vino dovrebbe poter contare su quantitativi compresi tra 258,3 e 267,3 milioni di ettolitri, vale a dire una media di 262,8 mln/hl. Il calo percentuale complessivo è del 10%. E, nonostante manchino all’appello ben 30 mln/hl, ha sottolineato il direttore Roca, quello in corso è un anno in cui “i livelli produttivi sono in linea con quelli registrati tra il 2007 e il 2016, ad l’eccezione del 2013”. Un’annata, quindi, che si riassesta dopo che 2017 e 2018 si sono rivelati estremamente volatili, con le conseguenze sui prezzi che hanno provocato una pericolosa, e spesso incontrollabile, altalena nelle quotazioni alla produzione.

L’Italia resta leader mondiale davanti a Francia e Spagna

Con 46,6 milioni di ettolitri, l’Italia mantiene il primato europeo della produzione di vino e, pertanto, anche quello mondiale, davanti a francesi e spagnoli. In un’Europa che ha sofferto il gelo primaverile e la siccità estiva, i volumi stimati dall’Oiv si attestano a 156 mln/hl, ovvero il 60% del prodotto mondiale.

Per il Vecchio continente il calo previsto è del 15%, che tradotto in numeri è di 26,7 mln/hl rispetto a un 2018 che regalò alle cantine europee ben 182,7 mln/hl. È chiaro che, di fronte alle cifre record registrate un anno fa, i primi tre produttori registrano cali molto evidenti, a due cifre. L’Italia, infatti, lascia sul terreno il 15% (46,6 mln/hl), la Francia un altro 15% (41,9 mln/hl) e la Spagna addirittura il 24% (34,3 mln/hl). “Gli effetti della primavera molto fredda e piovosa” ha ribadito Pau Roca “si sono combinati con un’estate estremamente calda e secca”.

Produzione mondiale vino: il resto d’Europa

Se per Italia, Francia e Spagna (che da sole valgono l’80% dei volumi in Ue) si scende non solo rispetto al 2018 ma addirittura sotto le medie quinquennali, la diminuzione del raccolto è un fattore comune anche per gli altri Stati europei. La Germania perde il 12% (9 mln/hl), l’Austria il 4% (2,6 mln/hl), la Romania un altro 4% (4,9 mln/hl), l’Ungheria il 6% (3,2 mln/hl). “Quantità che sono in linea o anche superiori” afferma l’Oiv “alle medie del quinquennio”. Unico Paese produttore a registrare un incremento dei volumi di vino è il Portogallo che, con 6,7 mln/hl stimati dall’Oiv sale del 10% e si porta al di sopra della media dei cinque anni (+4%).

Dall’Emisfero Nord a quello Sud: chi sale e chi scende

Se si esclude l’Europa, per il resto dei Paesi dell’emisfero Nord si registra, secondo i dati dell’Oiv, una produzione in aumento. È il caso della Russia (6 mln/hl e +7%) e della Georgia (1,8 mln/hl e +1%). Ma anche la Svizzera, che segna 1,1 mln/hl (-6%) si colloca del 10 per cento sopra la media del periodo. Attraversando l’Atlantico, le stime preliminari che arrivano dagli Stati Uniti (da dove arriva il 12% del vino mondiale) collocano la produzione di vino a 23,6 mln/hl, vale a dire un 1% in meno sul 2018, ma su quantitativi che l’Oiv definisce “elevati” per il quarto anno consecutivo.

La vendemmia si è già conclusa da mesi nell’emisfero Sud. Per questo gruppo di produttori, l’Oiv dispone di dati più certi e verificati. In generale, la tendenza è simile a quella registrata a latitudini più alte, con meno quantitativi di vino rispetto a un anno fa ma “complessivamente in linea con la media quinquennale”, ha spiegato Pau Roca, per una macro area che vale circa il 20% della produzione globale di vino.

Il Sud America

Entrando nei particolari, il Sud America fa registrare i cali più importanti, considerando che l’Argentina lascia sul terreno il 10% dei volumi, che si attestano a 13 mln/hl. Anche il Cile perde il 7% sul 2018, ma con 11,9 mln/hl incrementa dell’8% rispetto alla media del precedente quinquennio. La situazione in Brasile resta buona: meno vino (-1%) ma con 2,9 mln/hl si resta ampiamente sopra il 10% rispetto alle medie quinquennali.

Il Sud Africa

La siccità ha fortemente condizionato il raccolto in Sud Africa con l’Oiv che indica quantitativi pari a 9,7 mln/hl, al di sotto di quasi dieci punti percentuali sul quinquennio, per il secondo anno consecutivo.

L’Oceania

In Oceania, infine, l’Australia perde il 3% sul 2018 ma resta nelle medie storiche, con 12,5 mln/hl. E la Nuova Zelanda, per la quarta volta di seguito, si avvicina ai 3 milioni di ettolitri di vino, con volumi sostanzialmente stabili allo scorso anno.

BORGOGNA PINOT NOIR RENE’ TARDY ET FILS

ANNO 2011

ALCOOL 12,5%

VINO ROSSO

SCHEDA DESCRITTIVA

ESAME VISIVO

Limpido

Rosso Granato

Consistente

ESAME OLFATTIVO

Intenso

Abb. Complesso

Fine

Fruttato, Speziato, Balsamico

ESAME GUSTO – OLFATTIVO

Secco Abb. Fresco

Abb. Caldo Abb. Tannico

Abb. Morbido Abb. Sapido

Di Corpo

Abb. Equilibrato

Abb. Intenso

Abb. Persistente

Tra Abb. Fine/Fine

CONSIDERAZIONI FINALI

Maturo

Abb. Armonico

PUNTEGGIO: 73/75

Fiano di Avellino Docg Santàri – Filadoro

Cinque mesi di sosta del vino sulle fecce ed affinamento in bottiglia per un altro anno, senza procedere alla filtrazione. Quattordici i gradi alcolici espressi alla fine. La bottiglia è venduta in enoteca intorno ai 20,00 euro.La vista legge un colore giallo carico, quasi oro, nel bicchiere. Il naso aspira intensi profumi fruttati di albicocca, di pesca, di ananas e di nocciola, accompagnati da note di muschio,  idrocarburi e di mentolo. E poi ancora pregevoli sensazioni odorose di terreno umido, di sali minerali e di boisé. Impatto del sorso sulla lingua subito fresco e morbido e caratterizzato da una polpa setosa. Lo sviluppo  denota un’agilità sorprendente, tesa, dinamica e slanciata, che sfocia poi in purezza fruttata dalla matrice agrumata e nocciolata. Fraseggio elegante e composito, che comunica una spiccata sensualità. Finale intrigante, sontuoso succoso, vitale e persistente. Vino relativamente giovane, con molti anni ancora davanti a sé. Felice connubio con piatti di mare, latticini e carne bianca.

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