Il Sommelier Freelance

Sommelier freelance: un consulente per tutte le occasioni

Un Sommelier freelance è il modo giusto per approcciarsi al mondo del vino, e fare bella figura!Sia che siate dei privati che dei ristoranti, posso offrirvi la mia professionalità e competenza tecnica per: 

  • definire i migliori abbinamenti cibo-vino
  • organizzare cene a tema
  • fare servizio come Sommelier a domicilio
  • stendere in modo corretto una carta dei vini
  • non banale: posso consigliarvi che vini regalare ad amici e parenti! 

Abbinamento cibo-vino

Abbinare correttamente cibo e vino non è come molti credono: “bianco col pesce – rosso con la carne”, ma è molto di più. Occorre essere in grado di cogliere le diverse sfumature del piatto presentato, e conoscere a fondo il mondo del vino. Spesso si fanno errori – perché radicati nella pratica comune – ad esempio quello di abbinare uno spumante secco con un dolce! Con la consulenza di un Sommelier freelance potete scegliere i migliori abbinamenti per esaltare le caratteristiche del piatto e del vino contemporaneamente.

Cene a tema

Volete creare una cena a tema “Valtellina” e non sapete che vini proporre? Oppure volete organizzare una serata di degustazione del pesce di lago e non avete idea su cosa proporre? Con la consulenza di un Sommelier freelance potete risolvere tutti questi problemi, e riuscire a stupire i commensali.Inoltre posso offrirvi aiuto nel servizio al tavolo, nel scegliere le corrette temperature e bicchieri di servizio.

Carta dei vini

La vostra carta dei vini ha bisogno di una rinfrescata? Il mercato del vino è in continua evoluzione, così come lo sono le persone che oggi sorseggiano un bicchiere in compagnia: sempre più interessate ed esigenti in fatto di qualità. Con l’aiuto di un Sommelier freelance potete rinnovare la vostra carta dei vini, proponendo bottiglie intriganti, e soprattutto descritte in modo corretto.

Il Sommelier

Di solito, per mia esperienza personale, mi ritrovo a sentire sempre la stessa domanda da molte persone. La domanda è la seguente: “Chi è il Sommelier? Cosa fa?” ed io rispondo: “Chi è il Sommelier? E cosa fa? Il Sommelier è un professionista in grado di effettuare un’analisi organolettica delle bevande al fine di valutarne la tipologia, la qualità, le caratteristiche, le potenzialità di conservazione, soprattutto in funzione del corretto abbinamento vino-cibo.” Questa è la mia risposta, ma vorrei spiegarvi meglio questa figura. Sarò semplice e chiaro nella spiegazione.

Significato del termine Sommelier Il termine Sommelier deriva dal francese medio saumalier. In origine il significato era conducente di bestie da soma; col tempo mutato in addetto ai viveri, poi in cantiniere. L’origine latina va individuata nella parola sagma, che significa soma e, per estensione, il carico che gli animali da soma trasportano.

La figura del sommelier è diversa da quella dell’assaggiatore di vino, seppure sono comuni la degustazione professionale di un vino nonché la conoscenza e la cultura dei vini. L’assaggiatore si focalizza sul giudizio tecnico e sulla qualità del vino (in particolare, è addestrato per rilevare e giudicare gli eventuali difetti presenti o la conformità all’eventuale disciplinare o modello produttivo/territoriale); il sommelier integra l’assaggio con la presentazione, il servizio e l’abbinamento del vino. A differenza di una degustazione eseguita da un assaggiatore (che deve esclusivamente utilizzare dei termini codificati), il sommelier deve sapere “raccontare” (cioè “comunicare”) un vino ovvero, in misura variabile al contesto in cui si trova, descriverlo anche in termini “lirici” (linguaggio poetico) oltre che strettamente specialistici (linguaggio tecnico).

Chi è il sommelier oggi?

Il sommelier è un professionista in grado di effettuare un’analisi organolettica delle bevande al fine di valutarne la tipologia, la qualità, le caratteristiche, le potenzialità di conservazione, soprattutto in funzione del corretto abbinamento vino-cibo.

È impiegato in molteplici realtà aziendali, ultimamente anche nella GDO. Nei ristoranti si occupa della selezione dei prodotti, in accordo con la direzione della struttura, della redazione e dell’aggiornamento della lista dei vini nonché della gestione della cantina. Nella sala ristorante consiglia ai clienti il giusto vino da abbinare alle preparazioni dello chef. Cura il servizio dei vini stessi e di tutte le bevande alcoliche. Il sommelier non serve l’acqua, compito demandato esclusivamente ai camerieri.
Il sommelier professionista deve conoscere le principali regioni vitivinicole del mondo (enografia) insieme a nozioni normative (enolegislazione), la storia del vino, le tecniche colturali ed enologiche, i vitigni (ampelografia) e i vini; inoltre, non deve trascurare la conoscenza dei distillati, dei liquori, delle birre, dei principali cocktail internazionali, della gastronomia e della cucina.

Gli strumenti del Sommelier quali sono?

Oltre alla fondamentale preparazione tecnica ed al bagaglio d’esperienza che ogni sommelier deve possedere, vi sono alcuni accessori che risultano essere imprescindibili e fondamentali.

Il primo è il tastevin, oramai quasi caduto in disuso come strumento tecnico, ma che non deve mancare mai al collo di ogni sommelier, in quanto, nel corso degli anni, ha assunto il valore di autentico emblema della categoria. Oggigiorno, questo accessorio è utilizzato anche per informarci se un sommelier è in servizio oppure no. Quando è in servizio, il tastevin è posizionato normalmente, quando invece il sommelier termina il suo turno – o, comunque, si prende una pausa – appende la coppa metallica al taschino della giacca: questo ci dice che quel sommelier non è, momentaneamente, “operativo”.


Lo strumento forse più importante è però il cavatappi. È con il cavatappi che il Sommelier effettua l’apertura della bottiglia. Il cavatappi del sommelier deve essere di tipo tascabile, dall’estetica sobria, non particolarmente vistoso o appariscente. È dotato di lama, vite autofilettante e dente d’appoggio per l’estrazione. Questo tipo di cavatappi è disponibile in diversi materiali, ma le caratteristiche salienti rimangono comuni. Altri tipi di cavatappi – come, ad esempio, il ben noto modello casalingo, con le due caratteristiche leve d’estrazione laterali – non sono ammessi. L’eccezione alla regola, che ciascun sommelier sa di dover usare con moderazione, è rappresentata dal vecchio tirabusciòn, costituito dalla sola vite autofilettante e dal manico ad essa perpendicolare. Poiché questo strumento non ha denti d’appoggio o leve d’estrazione, è consentito – caso unico nel rigoroso codice della sommelierie – di bloccare la bottiglia stringendola tra le cosce, in modo da avere le mani libere per esercitare la necessaria forza per l’estrazione del tappo.

Il frangino, è un piccolo tovagliolo – solitamente di cotone bianco – utilizzato sia per pulire la bottiglia da eventuali residui di tappo o “lacrime” dopo la stappatura, sia per appoggiarvi la bottiglia nello spostarsi fra i tavoli ed i commensali e, infine, per asciugare il collo della bottiglia dopo aver versato il vino nel calice, onde evitare la perdita di gocce.

Un altro accessorio che non può mancare è il termometro. Per poter godere appieno le qualità di un vino, è imperativo che venga servito alla giusta temperatura, la quale varia, a seconda della tipologia del vino. Grazie al termometro (ne esistono di specifici, progettati proprio per l’uso enologico) il sommelier è in grado di valutare se una bottiglia ha la temperatura corretta o meno.

Infine, l’ultimo elemento – non certo per importanza – è l’abbigliamento. Quando esercita le sue funzioni, il Sommelier deve essere vestito secondo il codice e la tradizione richieste dalle associazioni di categoria. A seconda delle circostanze, l’abbigliamento può variare, ma sempre rispettando regole precise. L’abito più comune è lo smoking, ma, in occasioni particolari, più risultare necessaria la marsina da cerimonia. Invece, in circostanze meno formali, può essere ammesso l’uso del grembiule lungo – solitamente di colore nero, ma sono concesse delle varianti – abbinato ad una camicia bianca, scarpe e pantaloni neri e farfallino, il quale può essere nero o riprendere il colore del grembiule.

I Sommelier in Italia

Le principali associazioni professionali italiane, a livello nazionale, che si occupano di sommellerie (termine francese che denota l’arte praticata dal sommelier) sono: AIS, ASPI, ARS, FIS, FISAR, ISF, AIES, SES, SIS. ONAV, invece, è un’associazione che si occupa di assaggio/degustazione non di sommelière.

Nuovi Sommelier

Esistono moderne figure di Sommelier deputate alla degustazione e al servizio di prodotti diversi dal vino. I più comuni sono gli esperti di olio, in particolare dell’olio extravergine di oliva, seguiti dagli esperti di caffè, delle acque minerali e tè.

BirrArt Sud II Edizione 1/2 Giugno 2019

Si è conclusa da poco la II edizione di BirrArt Sud. Come sempre è un’eccezionale manifestazione che mette in risalto le eccellenze irpine e le birre artigianali di aziende campane. Ottimi prezzi per questa manifestazione e la qualità dei prodotti è davvero da favola. Ora cercherò di spiegarvi cos’è BirrArt.

BirrArt è un festival sulla birra artigianale dei birrifici campani. Infatti è il Primo Salone della Birra Artigianale Campana ed è legata al percorso del bere consapevolmente. L’evento è organizzato da Ager capitanata da Antonio Del Franco e da tutto il suo Staff a cui vanno i miei più sinceri complimenti per la bella riuscita della manifestazione. I birrifici presenti alla manifestazione sono: Acrobat di San Michele di Serino, Serro Croce di Monteverde, Pazziarè di Sperone, Bella ‘Mbriana di Nocera, Birrificio Irpino di Mercogliano, San Pietro di Chianche e Ventitrè di Grottaminarda. Anche a loro vanno i miei complimenti per le ottime birre e di essere veramente degli ARTIGIANI della birra. Per il reparto gastronomico c’era: Panificio San Michele, Accademia del Cecatiello, Gastroristo – bar Cielo e Terra, Macelleria Le delizie Irpine da Umberto e Felice Il Re della zeppola. Complimenti anche a loro per la qualità dei prodotti.

Oltre alle birre ci sono gli stand gastronomici, i laboratori di approfondimento e gli abbinamenti birra-cibo. Un interessante momento è stato quello della Cena – Spettacolo con lo chef Pietro Del Franco e dal consulente chef – gastroesploratore Giovanni Mariconda con i loro 4 piatti e i loro 4 abbinamenti cibo – birra ci hanno deliziati in questa cena. Che dire la cena è stata davvero un viaggio favoloso per il palato.

Nella serata del 1 Giugno c’è stato il BirraLab, dove Antonio Spina ha eseguito un tutorial sulla birra fatta in casa. Alle 21:30 si è svolto il CaciobirraLab a cura del maitre formager di Carmasciando Angelo Nudo. Sono stati altri due momenti favolosi, oltre a questi due momenti c’è ne un altro. Il CibirraLab “Wurstel della Valle del Sabato” a cura di Umberto Novaco che ha creato il 1° Wurstel della valle del Sabato. Alle ore 23 c’è stato il Birra-puffLab “200 anni di sigaro Toscano”. Il Maestro catador Salvatore Landolfo ha spiegato la storia del sigaro Toscano.

Passiamo alla serata del 2 Giugno. Oltre alla cena spettacolo, dove ne ho parlato sopra, e dove vanno i miei rinnovati complimenti agli chef Pietro Del Franco e Giovanni Mariconda. C’è stato il BirraLab “Hifa e Càprega”: i due maestri birrai Salvatore Arnese di Birrificiio Irpino e Prisco Sammartino del birrificio Bella ‘Mbriana hanno presentato le loro creature frutto dell’unione tra vino e birra. I complimenti vanno anche a Michela Guadagno e a Salvatore Panno per la diretta di #RadioBirrart.

Che dire su BirrArt…..sono stati due giorni intensi, forse pochi per parlare di questo mondo in evoluzione, ma sono stati due giorni significativi che hanno permesso di far capire la bellezza del mondo della birra e non solo.

COMPLIMENTI A TUTTI.

Lo staff di BirrArt Sud vi da appuntamento al 1- 2 Giugno 2020. Arrivederci al prossimo anno.

Banfi

La posizione strategica tra Siena e la Maremma, ed i fertili terreni che lo circondano, hanno fatto del Castello di Poggio alle Mura una proprietà ambita e contesa a lungo nei secoli. Il complesso si sviluppa per lo più tra il IX ed il XIII secolo, ma la sua origine è certamente anteriore. Alcuni sotterranei scavati nel tufo e tuttora visibili, oltre ad alcune urne di pietra e vasi in ceramica ritrovati durante l’ultimo restauro, fanno presumere, infatti, l’esistenza di un insediamento già in epoca Etrusca. I “conci” – pietre bianche tipicamente utilizzate nella costruzione di archi romani – inseriti nell’arco di ingresso sembrano, invece, testimoniare una successiva trasformazione in villa romana.

La prima citazione ufficiale è del 1318, anno in cui Poggio alle Mura appare all’interno del catasto descrittivo dell’epoca – la “Tavola delle Possessioni”– come inserito amministrativamente nella Curia di Camigliano ed appartenente agli eredi di Messer Mino di Neri dei Ranuccini. In seguito, con il passaggio dalla famiglia Ranuccini a quella Colombini, la tenuta passa dallo stadio di insediamento aperto a quello di centro aziendale fortificato (palatium seu fortelitia).

È la storia dei Conti Placidi, però, che più di tutte si lega a quella del Castello. Questa famiglia di nobili senesi con importanti incarichi di governo nella città, ne entra in possesso nel corso del quattrocento quale ricompensa per essersi distinta durante le guerre della Repubblica di Siena contro Firenze. Successivamente, ed in due occasioni diverse, la proprietà viene loro confiscata dalla stessa Repubblica ed affidata allo “Spedale di Santa Maria della Scala”: nel 1483, con la cacciata dei Noveschi – il partito sostenuto dai Placidi – e nel 1487 – quando i Placidi vengono dichiarati ribelli. Nel 1529 i Conti riprendono però possesso del Castello e da allora governano indisturbati fino al 1959, anno in cui Poggio alle Mura viene acquistata da Giovanni Mastropaolo, un imprenditore italiano che aveva fatto la sua fortuna in Sud America.

L’ultimo passaggio di proprietà avviene, infine, nel 1983, quando il Castello, in condizioni precarie a causa dei danni subiti nel corso della II Guerra Mondiale, entra a far parte dell’azienda vitivinicola Banfi. Saranno i lavori di restauro voluti dalla famiglia Mariani – proprietaria dell’azienda – ed iniziati subito dopo l’acquisto, a riportarlo agli antichi splendori.

Attualmente il fortilizio si presenta con un impianto piuttosto vario dovuto alle sovrapposizioni storico-architettoniche. Ha uno schema compatto a pianta quadrata e due cortili interni con una torre merlata, utilizzata come torre di avvistamento verso il fianco nord. Sul lato opposto, invece, è la cosiddetta torre di “arroccamento” dove era collocata una scala che poteva essere ritirata in caso di assedio. All’esterno si trova una rampa di accesso poggiata su archi. Di particolare interesse sono il cortile quattrocentesco, con basse arcate su pilastri ottagonali e, all’esterno, la rara ed antica ghiaccera, con la caratteristica forma a tumulo. Da notare, inoltre, la lastra di marmo sul portale di ingresso, che riporta le notazioni sugli interventi al cortile effettuati nel 1654.

Frescobaldi

La storia della famiglia Frescobaldi inizia più di mille anni fa ed è intimamente legata alla storia della Toscana. Nel culmine della Firenze medievale, i Frescobaldi estendono la loro influenza come banchieri, guadagnandosi il titolo di tesorieri della corona inglese. Poco più tardi, col fiorire del Rinascimento, divennero mecenati di importanti opere a Firenze, come la costruzione del ponte Santa Trinita e la basilica di Santo Spirito. Creatività e ricerca dell’eccellenza si tramandano nei secoli in tuttte le generazioni della famiglia. Nel 1300, durante l’esilio di Dante Alighieri, l’amico poeta Dino Frescobaldi gli fece riavere I primi sette canti della Divina Commedia, permettendogli così di completare l’opera.

Nel 1700, le composizioni barocche del celebre musicista Girolamo Frescobaldi si diffusero in tutta Europa. Con grande apertura verso il futuro, gli antenati della famiglia introdussero nel 1855 in Toscana dei vitigni allora sconosciuti tra cui Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero e Chardonnay. Il XX° secolo è caratterizzato dall’azione di Vittorio, Ferdinando e Leonardo Frescobaldi che hanno dato un importante contributo per elevare la Toscana a luogo d’eccellenza per la viticoltura. Oggi ha raccolto il testimone Lamberto Frescobaldi che, forte della sua lunga esperienza tecnica, ha l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’unicità dei vini di ogni tenuta della famiglia.

Il nome Frescobaldi porta con sé la responsabilità di coltivare il meglio della diversità toscana, attraverso:

• Coltivazione ecosostenibile della terra, per produrre vini pregiati che rappresentano perfettamente e mostrano in pieno la diversità delle nostre tenute di famiglia.

• Comunicazione e promozione della cultura toscana e dei suoi differenti territori, attraverso le nostre tenute, i nostri vini e specifici progetti di valore.

Marchesi Antinori

La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni: da quando, nel 1385, Giovanni di Piero Antinori entrò a far parte dell’ Arte Fiorentina dei Vinattieri. In tutta la sua lunga storia, attraverso 26 generazioni, la famiglia ha sempre gestito direttamente questa attività con scelte innovative e talvolta coraggiose ma sempre mantenendo inalterato il rispetto per le tradizioni e per il territorio. Oggi la società è presieduta da Albiera Antinori, con il supporto delle due sorelle Allegra e Alessia, coinvolte in prima persona nelle attività aziendali. Il padre, Marchese Piero Antinori, è attualmente il Presidente Onorario della società. Tradizione, passione ed intuizione sono state le qualità trainanti che hanno condotto i Marchesi Antinori ad affermarsi come uno dei principali produttori italiani di vini di alta qualità. Ogni annata, ogni terreno, ogni idea è un nuovo inizio, una nuova ricerca di margini qualitativi sempre più elevati. Come ama dire il Marchese Piero: “le antiche radici giocano un ruolo importante nella nostra filosofia, ma non hanno mai inibito il nostro spirito innovativo”. Alle tenute di Toscana e Umbria, patrimonio storico della famiglia, si sono aggiunti con il tempo investimenti in altre aree vocate per la produzione di vini di qualità sia in Italia che all’estero, dove si potesse intraprendere un nuovo percorso di valorizzazione di nuovi “terroir” ad alto potenziale vitivinicolo. La Marchesi Antinori esprime la propria passione per la viticoltura cercando margini di miglioramento sempre più sottili. Per questo si effettuano continui esperimenti nei vigneti e cantine con selezioni di cloni di uve autoctone ed internazionali, tipi di coltivazioni, altitudini dei vigneti, metodi di fermentazione e temperature, tecniche di vinificazione tradizionali e moderne, differenti tipologie di legno, dimensioni ed età delle botti, e variando la lunghezza dell’affinamento in bottiglia.

“Abbiamo dimostrato, negli anni, che in Toscana ed Umbria c’era la possibilità di produrre vini di alta qualità, riconosciuti a livello internazionale, che potessero mostrare eleganza e finezza mantenendo sempre il carattere originario. La nostra biblioteca ha molti titoli, ma per noi non è abbastanza ricca. Abbiamo una missione che non è del tutto compiuta, il che ci spinge ad esprimere il vasto potenziale dei nostri vigneti e a conciliare il nuovo che rimane da scoprire con il patrimonio del gusto toscano che include tradizione, cultura, agricoltura, l’artistico ed il letterario che infatti rappresentano l’identità della Marchesi Antinori, di cui uno dei maggiori punti di forza sta nel fatto di essere toscana, o, se preferite, la nostra ‘toscanità’.” Piero Antinori

Toscana

La Toscana rappresenta, assieme al Piemonte, il pilastro della vitivinicoltura italiana, sia sul fronte qualitativo della produzione e del prestigio internazionale, sia sul fronte storico di cantine e produttori che sono riusciti a creare, in quei territori già fortemente vocati, dei vini di immenso fascino. Più di 60 mila ettari di vigneti, per un numero consistente di cantine, spesso legate alle antiche famiglie nobiliari toscane. La viticoltura in questa regione risale agli Etruschi, nel VII secolo a.C., e ai Greci, i quali svilupparono un vero e proprio commercio dei vini toscani. Con la caduta dell’Impero Romano, si ebbe un crollo della coltivazione della vite fino all’Alto Medioevo, e a partire dal 1300 la viticoltura toscana si lega fortemente alla nobiltà toscana: sono nomi che oggi rappresentano colossi storici, quali Antinori e Frescobaldi.

La Toscana è dominata in maniera indiscussa dai vitigni a bacca rossa, circa il 70% della produzione, da cui si ottengono un alto numero di grandi e grandissimi vini rossi. Il vitigno principe della regione è senza ombra di dubbio il sangiovese. Seguono canaiolo nero e, per quelli a bacca bianca, trebbiano toscano, malvasia bianca, vernaccia di San Gimignano, chardonnay, vermentino, ansonica. Sono presenti anche i vitigni internazionali a bacca rossa, il cui contributo in varie percentuali gioca un ruolo fondamentale in molti grandi vini toscani.

La Toscana vanta 11 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG) e il più alto numero in Italia di Denominazioni di Origine Controllata (DOC), ben 37. Va detto, tuttavia, che in questa regione sono molti i vini – prodotti al di fuori delle denominazioni – premiati e riconosciuti a livello mondiale. Una caratteristica unica al mondo.

Le zone vitivinicole più importanti della Toscana sono Chianti e la zona più ristretta del Chianti Classico, tra Firenze e Siena; Bolgheri, frazione del comune di Castagneto Carducci e terra dei noti Super Tuscans; Montalcino, borgo in provincia di Siena. Sono tutti territori dove le caratteristiche del suolo e sottosuolo e i particolari microclimi rendono una qualità assoluta ai vini rossi.

Le altre zone d’eccellenza dedicate alla viticoltura sono: Carmignano, in provincia di Prato, con l’omonima DOCG Carmignano, vino rosso sempre da uve sangiovese; San Gimignano, in provincia di Siena, dove si produce la Vernaccia di San Gimignano; Montepulciano, sempre in provincia di Siena, noto per la DOCG Vino Nobile di Montepulciano; val di Cornia, a sud di Bolgheri, con le DOCG Val di Cornia Rosso e Suvereto.

Le altre zone vinicole che ricoprono una certa importanza sono: Maremma Toscana, in provincia di Grosseto, con diverse DOC tra cui Morellino di Scansano e Montecucco; val d’Orcia, tra Montepulciano e Montalcino, con la DOC Orcia; Isola d’Elba, legata ai vitigni a bacca bianca e al vino dolce Elba Aleatico Passito; isola del Giglio, dove si coltiva l’ansonica.

Rimanendo sempre a sud, ma spostandoci verso l’interno, si trovano invece Cortona e la val d’Arno, in provincia di Arezzo, con le omonime DOC. A nord, ci sono le zone Colline Lucchesi, Montecarlo e Candia, per la produzione sia di bianchi che di rossi e Colli di Luni, la parte vinicola più a nord della Toscana, dove si producono ottimi vini bianchi da vermentino.

Tra le cantine della Toscana, ci sono delle pietre miliari dell’enologia nazionale e mondiale: Tenuta San Guido, con il suo grandioso Sassicaia, Marchesi Antinori, con Tignanello e l’aristocratico Solaia, Tenuta dell’Ornellaia, con il maestoso Masseto, considerato il vino più pregevole al mondo, Grattamacco, Biondi Santi, Casanova di Neri, Podere Fortuna, Marchesi de’ Frescobaldi, Castellare di Castellina, Montevertine, Le Macchiole, Tiezzi, Petra.

I nomi toscani di grande prestigio sono davvero innumerevoli, impossibile non citare, tra gli altri, Castello di Bolgheri, Brancaia, Tenuta Col d’Orcia, Tenuta di Ghizzano, Piaggia, Fattoria di Fèlsina, Colle Massari, Le Potazzine, Le Chiuse di Sotto.

Celli

L’Azienda Celli si dedica da anni alla produzione di vini pregiati. Fondata nel 1963, è di proprietà delle famiglie Sirri e Casadei, soprannominate BRON & RUSÈVAL dal 1965.

A partire dal 1985 inizia il rinnovamento degli impianti di vinificazione e soprattutto, entra in azienda una nuova filosofia che si orienta verso la ricerca costante della qualità e della tipicità che ben rappresenta la personalità dei migliori vini italiani prodotti. L’ottimizzazione dei processi di lavorazione e l’analisi delle proprietà organolettiche, come il colore, il profumo, il gusto, consentono un’attenta classificazione e garantiscono la produzione di vino con alti standard qualitativi. La fase d’imbottigliamento del vino rappresenta così l’ultima tappa di un processo lungo e scrupoloso. Nel 1995 l’Azienda Celli sviluppa il comparto agricolo acquisendo ed impiantando nuovi vigneti. Attualmente vengono selezionati accuratamente le uve provenienti da 30 ha di vigneto situato nelle aree più vocate del comune di Bertinoro, in particolare la Tenuta “Maestrina” in località Casticciano, Tenuta “La Massa” località Massa, “Campi di Fratta” località Fratta Terme, “Campi di Bracciano” in località Bracciano. Il territorio la scelta manuale delle uve, e l’amore per il proprio lavoro consentono di ottenere ogni anno vino pregiato, gustoso, inconfondibile; produzione che si colloca fra i migliori vini italiani ottenuti con impegno e dedizione: l’Azienda Celli è tutto questo “Vini con la Romagna dentro”.

L’ azienda Celli produce vini in Bertinoro; In questa terra generosa di frutti crescono e vivono da molti secoli uomini innamorati della vita e appassionati di cantine. Coltivano i loro vigneti con cura ed attenzione in sistema di Difesa Integrata Avanzata – Reg. Cee 1698/05. Non utilizzano nessun tipo di diserbo chimico. Il contenuto di solfiti è nettamente inferiore ai limiti massimi consentiti in Biologico.

Il processo di produzione del vino raccoglie il fascino di un’arte antica. La Romagna ha un’antichissima storia che si perde nella notte dei tempi. Testimonianze di questo suo passato non sono per nulla rare: motivi ispirati alla vite e al vino si ritrovano in numerose decorazioni scultoree di plutei, transenne, sarcofaghi paleocristiani, rinvenuti in varie zone della Romagna, oltre alla celebre cattedra d’avorio dell’arcivescovo Massimiliano custodita a Ravenna. Sembra assodato che siano stati i Greci un millennio a. C. ad introdurre la vite in Italia. I primi vigneti coltivati in Romagna sono attribuiti al popolo Etrusco che, arrivato dall’Italia Centrale, coltivò piante e viti come l’Olmo, il Frassino, l’Albana e il Trebbiano.

Nel primo secolo a. C. un vino prodotto nelle colline nei dintorni di Cesena, il “Cesenate”, era considerato ai vertici della qualità dell’enologia del tempo. Nel 1968, il ritrovamento di anfore Romane atte al trasporto del vino, nella zona di Bertinoro, esattamente in Località Casticciano, fa presumere che già a quei tempi esistesse una florida produzione di vini che erano spediti attraverso il porto di Rimini, all’epoca il più importante dell’Adriatico. La produzione vitivinicola di Bertinoro va ben distinta dalle produzioni che si fanno in pianura sotto la Via Emilia e in altre aree meno vocate della Romagna. Questa splendida terra da sempre regala una varietà di vini pregiati dal gusto inconfondibile. Ciò nonostante i prezzi dei vini mantengono un ottimo rapporto con la qualità offerta. La conformazione geografica e la qualità del terreno rendono Bertinoro un posto ricco, dove la produzione del vino è sicuramente un punto di forza.

Bertinoro, balcone di Romagna, con vista magnifica verso il mare e la collina, è anche borgo storico che ha conservato l’antica struttura, con stradine acciottolate e scorci d’altri tempi. Il cuore di Bertinoro è la spaziosa ed elegante Piazza della Libertà, che apre da un lato sulla pianura romagnola e dall’altro vede allinearsi la Cattedrale, il Palazzo Comunale, la Torre e sullo sfondo la Colonna delle Anella. Sotto la piazza si trova il Museo Enoteca Ca de Be’, in cui fa bella mostra la Campana dell’Albana, campana in bronzo con altorilievi rappresentati le fasi della vendemmia, fusa nel 1987 in occasione del riconoscimento D.O.C.G. al vino Albana di Romagna. La Rocca millenaria che sovrasta il colle, stupendamente restaurata, è sede del Centro Universitario Residenziale dell’Alma Mater Studiorum e del Museo Interreligioso. Dal 2011 è anche sede della Riserva Storica dei Sangiovese Di Romagna che conserva le migliori annate dei produttori più rappresentativi del intero territorio Romagnolo.

Bertinoro e la Romagna sono un giacimento di prodotti eno-gastronomici: oltre alla produzione di vini italiani pregiati, sono conosciuti ed apprezzati il “formaggio di fossa”, unico nel suo genere per caratteristiche ed aroma, lo “squacquerone” (formaggio a pasta molle), la “piadina”, il Pane Romagnolo, il “savor” (confettura di mosto d’uva con frutta di stagione: noci, pere volpine, frutta secca, fichi, frutta candita, ecc.), l’olio extra vergine di oliva. Sicuramente la produzione di vini italiani pregiati ha reso Bertinoro un centro sempre più apprezzato e conosciuto per i suoi sapori ed i suoi profumi. Bertinoro è anche benessere, infatti, immerso nel verde di tredici ettari di Parco e completamente ristrutturato nel 2008, si trova lo stabilimento termale di Fratta Terme, dove sgorgano una grande varietà di sorgenti ricche di preziosi sali minerali. A determinare le caratteristiche di un vino pregiato (sia che si tratti di vino bianco o di vino rosso) concorrono parecchi elementi e non soltanto il tipo di uva che serve per produrlo, come comunemente si ritiene. Una straordinaria influenza è dovuta anche al clima e al tipo di terreno. Questi sono gli ingredienti che rendono i vini italiani tra i più famosi al mondo. Il gusto, il profumo, i colori: un vino pregiato racchiude i sapori della terra, l’amore e la cura in tutte le fasi della lavorazione sino ad arrivare alla fase d’imbottigliamento del vino.

La posizione geografica particolarmente felice permette a Bertinoro di avere delle brezze costanti che rendono mite il clima, pur tuttavia con forti escursioni termiche che, sviluppano le caratteristiche aromatiche e la qualità del vino. Le temperature medie oscillano tra i 12 e i 18 gradi centigradi, il clima è ideale, temperato, abbastanza caldo per poter maturare l’uva convenientemente. Le piogge sono generalmente concentrate fra ottobre e marzo. La maggior parte del territorio collinare bertinorese è formato, in genere, da una composizione calcareo- marnosa e arenacea, a seconda della roccia di provenienza, e da una struttura mediamente compatta, sciolta o addirittura ciottolosa, solitamente alquanto ricca di scheletro . Ne deriva un profilo alquanto ondulato che facilita il drenaggio e lo sgrondo delle acque, permettendo buone condizioni agronomiche per la coltivazione della vite. Avanzi di conchiglie e di altri residui organici, che finirono per cementarsi tra loro, formano, ai giorni nostri, una vasta barriera di calcare, il cosiddetto “spungone romagnolo”.

Tenuta Galvana Superiore

Correva l’anno 1972 e c’era l’austerity quando loro padre Marino Leonelli andò a visitare questo podere a Castelvetro di Modena; rimase subito colpito per la bellissima posizione e per il sapore di tempi passati con il suo bosco antico e i suoi due laghi; qui avvertiva una energia particolare. All’epoca l’attività dell’azienda era prevalentemente zootecnica. Fu nel 1973 che analizzando la particolare zona collinare con una perfetta esposizione a levante, eccellente per i vigneti, decise di convertire l’attività da zootecnica a vitivinicola e proprio in quell’anno iniziarono i lavori di escavazione per predisporre il terreno alla coltivazione delle viti. Con l’inizio del ’74 iniziò la selezione dei vitigni e la successiva messa a dimora, questo sempre sotto consiglio dell’ amico ed esperto Enzo Garagnani. La realizzazione dei vigneti richiese quasi due anni di lavori e terminò a fine anno 1975. Verso la fine degli anni ’70 prese il via la produzione di vini tipici della tradizione emiliana, come il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, il Pignoletto, il Riesling e l’Albana; in pochi anni la qualità e la genuinità dei nostri prodotti fu riconosciuta con successo e con volumi di produzione oltre i 1000 hl di vino annui, che per quei tempi era un quantitativo considerevole.

Nel 2002 iniziò a malinquore il reimpianto progressivo di alcuni vigneti; ancora oggi cercano di curare e salvaguardare nel miglior modo possibile i vecchi vitigni per mantenere quel sapore inconfondibile e quei profumi che i loro vini hanno. Dal 2014 hanno aggiornato la cantina utilizzando tecniche di vinificazione e tecnologie più avanzate per adeguarsi ai tempi pur cercando di mantener salda la loro tradizione e i loro tratti inconfondibili di qualità artigianale.

Emilia – Romagna

L’Emilia Romagna è una regione del centro Italia che ricopre un ruolo abbastanza rilevante nella produzione di alcuni vini rossi. Il tessuto viticolo si estende per oltre 56 mila ettari.

La viticoltura in Emilia Romagna ha origini molto antiche, benché le prime notizie certe risalgano al 1700 a.C.. Con l’arrivo degli Etruschi, e degli Greci nella parte romagnola, la coltivazione della vite ebbe un forte impulso dal punto di vista qualitativo, nelle tecniche di produzione e nella comparsa di nuovi vitigni, fino all’arrivo della fillossera, che causò la distruzione di quasi tutti i vigneti della zona. I vigneti dell’Emilia Romagna sono prevalentemente dedicati alle uve a bacca nera.

I vitigni più coltivati dell’Emilia sono barbera e croatina. Molto importanti, nella zona di Parma, sono la malvasia di Candia aromatica e il sauvignon blanc. Mentre nelle zone di Reggio Emilia e Modena, troviamo il lambrusco, da cui si ottiene un vino frizzante a rifermentazione naturale. La provincia di Bologna è invece famosa per l’uva pignoletto. Sono anche presenti il cabernet sauvignon e lo chardonnay.

Quelli più coltivati in Romagna, sono il sangiovese e l’albana. Seguono poi il trebbiano romagnolo, il biancame, il bombino bianco e il montepulciano. La regione vanta 2 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG) e ben 18 Denominazioni di Origine Controllata (DOC).

Nella parte dell’Emilia, la provincia di Piacenza è nota per essere la zona del Gutturnio DOC. La provincia di Parma è invece la zona della DOC Lambrusco Salamino, in comune con la provincia d Reggio Emilia. Nella provincia di Modena, si producono le DOC Lambrusco di Sorbara, con una piccola produzione a causa dell’aborto floreale tipico del vitigno, e Lambrusco Gasparossa. In provincia di Bologna, sorgono le DOC Reno Montuni e Colli Bolognesi e la DOCG Colli Bolognesi Classico Pignoletto. Infine nella provincia di Ferrara, troviamo la DOC Bosco Eliceo.

Nella parte della Romagna, in provincia di Ravenna, troviamo la DOCG Albana di Romagna, mentre i dintorni di Faenza, Forlì, Rimini, e Cesena sono famose per la DOC Sangiovese di Romagna, che assume caratteri diversi a seconda delle zone.

Tra le cantine famose e premiate della regione ci sono: Chiarli 1860, Gianfranco Paltrinieri, Cantina della Volta, Castello di Luzzano, Giovanna Madonia, La Stoppa, La Tosa, Carpi e Sorbara, Terre della Pieve, Cavicchioli, La Collina, Vigne dei Boschi, Ermete Medici, Villa Papiano, Fattoria Nicolucci, Braschi, Fattoria Zerbina, Torre San Martino.

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