La vite e la vigna, l'uva e il vino, gli spumanti, i vini passiti e i liquorosi, il vino italiano e le sue leggi, la birra, i distillati e i liquori, la figura del sommelier e il servizio, l'evoluzione del gusto a tavola. In sintesi, il mondo del Sommelier. Un mondo affascinante da scoprire con visite in cantina e assaggi al ristorante, letture e tour enogastronomici. Un mondo che mantiene forti radici con la tradizione, con la cultura e con la società, ma che ogni giorno allarga i propri orizzonti.
Il tour continua e lasciamo la terra ferma per visitare le isole italiane. Iniziamo con la Sicilia.
La viticoltura in Sicilia ha origini antichissime, risalenti addirittura prima dell’arrivo dei Greci, nel 2000 a.C.. Furono i Greci, tuttavia, ad apportare migliorie nella qualità della produzione dei vini locali, sino poi all’arrivo dei Romani, i quali abbandonarono la coltivazione della vite a favore di quella del grano. Con le conquiste successive dell’isola, l’attività vitivinicola riprende vigore, sino alla distruzione causata dalla fillossera e dalla peronospora agli inizi del ‘900, dopo la quale il panorama viticolo siciliano ne risultò profondamente trasformato.
I vigneti siciliani sono costituiti prevalentemente da vitigni a bacca bianca, che rappresentano il 75% della produzione. I vitigni a bacca bianca più diffusi sono catarratto, grillo, inzolia detto anche ansonica, grecanico, trebbiano toscano, chardonnay, carricante, damaschino, grecanico, malvasia di Lipari e zibibbo (o moscato d’Alessandria). Tra i vitigni a bacca rossa, quelli maggiormente coltivati sono nero d’Avola, nerello mascalese, nerello cappuccio, sangiovese, merlot, syrah, frappato, cabernet sauvignon, cabernet franc, perricone e greco nero.
A fronte di una sola Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Sicilia offre ben 23 Denominazioni di Origine Controllata (DOC).
Nella parte nord-est, in provincia di Messina, ci sono le DOC Faro, Mamertino e Malvasia delle Lipari. Tra Taormina e Catania, c’è la nota DOC Etna. Nella zona sud-est, in provincia di Siracusa, ci sono le DOC Noto, Siracura, Eloro. Nel territorio di Vittoria, sorge l’unica DOCG della Sicilia, Cerasuolo di Vittoria, con la relativa DOC di ricaduta, Vittoria. Accanto, si estende la DOC Riesi.
Nella parte ovest, sorgono le piccole DOC Sciacca, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita di Selice, Menfi, Contessa Entellina, Salaparuta, Erice, Contea di Sclafani, oltre alle DOC Della Nivolelli, Alcamo, Monreale e Marsala. Sull’isola di Pantelleria, sorge il noto Passito di Pantelleria DOC.
Tra le cantine famose e premiate, alcune storiche, della Sicilia ci sono: Benanti, Tenuta di Fessina, Rallo, Planeta, Tasca d’Almerita, Feudo Principi di Butera, Fessina, Cottanera, Girolamo Russo, Graci, Tenuta delle Terre Nere, Pietradolce, Palari, Arianna Occhipinti, Hauner, Cusumano, Feudi del Pisciotto, Donnafugata, Porta del Vento, Marabino, Feudo Maccari, Firriato, Enza la Fauci, Terre di Trente, Calatrasi, Vasari, Santa Tresa, Bonavita, Cos.
Inizio attività di imbottigliamento nella piccola cantina di via Tirone a Cirò Marina. Le uve di Gaglioppo e Greco bianco provengono da piccoli appezzamenti nella Doc Cirò (aree Olivitello, San Biase, Frassa e Feudo) in seguito venduti.
1955
Acquisto dell’azienda in località Ponta, attualmente denominata Duca Sanfelice.
1973
Ampliamento della proprietà Ponta-Duca Sanfelice con l’acquisto di piccole particelle limitrofe.
1975
Inaugurazione del nuovo stabilimento sito in Contrada San Gennaro, sulla statale 106, nel comune di Cirò Marina, dove si trova ancora oggi l’azienda.
1983
Esce la prima annata del cirò rosso riserva Duca Sanfelice.
1985
Acquisto dei terreni che diventeranno i vigneti dell’azienda Critone a Strongoli.
1988
Escono le prime annate di Gravello, Critone e Terre Lontane.
1993
Nel piccolo campo sperimentale dell’azienda Ponta-Duca Sanfelice inizia l’attività di ricerca.
1997
Acquisto dell’azienda agricola Rosaneti.
1998
Fa il suo debutto il Magno Megonio, annata 1995, prodotto soltanto in versione magnum.
2003
Viene presentata la prima annata di Efeso, la 2001.
2005
Entrano in commercio i Melissa Doc con il marchio Asylia e l’olio EVO.
2007
Vengono imbottigliati i primi due spumanti metodo classico: Rosaneti e Almaneti.
2014
La Gazzetta Ufficiale pubblica l’iscrizione dei primi cloni registrati di varietà calabresi sul Registro Nazionale delle Varietà di Vite, frutto della nostra attività di ricerca.
La Calabria orientale fu sede di una fiorentissima civiltà, originata dalla colonizzazione greca. Fu Enòtro, principe arcade, dopo lo sbarco sulle nostre coste all’inizio del VIII secolo, a reggere con molta saggezza le sorti della prima in assoluto fra le colonie greche insediatesi sulle sponde ioniche. Il lavoro di Enòtro e del suo popolo, composto in gran parte da esperti vignaioli, fu talmente apprezzato che i Greci identificarono queste zone con il nome di “Enotria Tellus”, ossia “Terra del Vino”.
Sono da quattro generazioni tenaci sostenitori della loro terra, della sua ricchezza e di quello che ha rappresentato, rappresenta e soprattutto di quanto rappresenterà in futuro per il mondo del vino. Sono partiti dalla tradizione, dal Gaglioppo, dal Greco e dalla grande quantità di varietà autoctone presenti sul territorio della regione. Sono partiti dall’alberello e dai portainnesti storicamente usati in zona, oltre che dagli insegnamenti dei loro esperti viticoltori con la loro abilità che affonda le radici nei secoli di storia viticola del Cirotano. Si sono poi rivolti ai massimi esperti del settore viticolo ed enologico, perché sapevano che un minuzioso lavoro di ricerca gli avrebbe permesso di fissare, conservare ed esaltare il loro patrimonio viticolo. Questo è infatti da sempre il loro obiettivo e la loro richiesta alla comunità scientifica. Lungi dal voler inventare o modificare alcunché, attraverso la scienza hanno semplicemente voluto capire meglio e in modo definitivo quello che di grande avevano a disposizione. Sanno oggi che l’intuizione iniziale era giusta e sanno anche che alcune delle pagine più belle dell’enologia calabrese devono ancora essere scritte.
‘A
Casedda
Concetta ed Enza, consorti rispettivamente di Antonio e Nicodemo Librandi, titolari storici dell’azienda, nel 1998 ebbero l’idea di mettere a disposizione dei talenti del territorio e non, uno spazio dedicato in cui offrire loro la possibilità di farsi conoscere ad un pubblico qualificato. L’idea, si concretizzò con la ristrutturazione di un caratteristico casolare della metà dell’Ottocento presente nel complesso della cantina, un luogo davvero suggestivo che nel corso degli anni ha ospitato mostre, corsi, presentazioni ed è divenuto un vero e proprio circolo culturale chiamato “‘A Casedda”. Scrittori, pittori, fotografi, artisti e quanti hanno presentato le loro opere nel centro culturale, hanno dato lustro anche al loro lavoro e alla loro azienda, richiamando un pubblico sempre di grande spessore e contribuendo al loro arricchimento dal punto di vista umano e intellettuale. Il loro impegno continuerà con entusiasmo in questa direzione, consapevoli del forte legame che da sempre sussiste tra la loro azienda e il loro territorio.
Siamo giunti alla punta dell’Italia. Siamo arrivati nella bella Calabria.
La Calabria è una regione del sud Italia che gioca un piccolo ruolo nell’ambito vitivinicolo italiano, seppur negli ultimi anni la sua presenza sta pian piano crescendo grazie al lavoro di piccoli produttori intenti a valorizzare il territorio. I vigneti calabresi ricoprono circa 14 mila ettari.
La viticoltura in Calabria risale al tempo degli Enotri e Greci, nel 700 a.C.. Con l’avvento dell’Impero Romano l’attività vinicola viene completamente abbandonata, fino al Medioevo, periodo in cui ricomincia a fiorire. Nei secoli successivi la produzione di vino si riduce drasticamente, perdendo i suoi mercati di riferimento. Con l’arrivo della fillossera, nel XX secolo, il panorama viticolo cambierà radicalmente e la regione ricomincia a produrre vini di qualità con discreto successo.
I vitigni più coltivati in Calabria sono quelli a bacca rossa, che costituiscono circa il 75% della produzione. Tra tutti il gaglioppo, che copre il 40% della produzione di vini rossi, a cui seguono greco nero, manzoni bianco, magliocco canino, pecorello, pignoletto, greco bianco, lacrima, malvasia bianca, alicante, nerello cappuccio, sangiovese, aglianico.
La Calabria conta 9 Denominazioni di Origine Controllata (DOC). A nord della provincia di Cosenza, troviamo la DOC Terre di Cosenza, prodotta nelle 4 tipologie rosso, rosato, bianco e spumante. A sud di Cosenza, sul lato ovest, ci sono le piccole DOC Savuto, Scavigna e Lamezia.
In provincia di Crotone, invece, sul versante est, ci sono le DOC Cirò (che può essere prodotta nella versione vino bianco da uve greco bianco, oppure nelle versioni rosso o rosato, da prevalenza di uve gaglioppo), Melissa e Sant’Agata di Isola Caporizzuto. In provincia di Reggio Calabria troviamo le DOC Bivongi, condivisa con la provincia di Catanzaro, e Greco di Bianco, vino da dessert dalle omonime uve.
Tra le cantine famose e premiate della Calabria spiccano per il particolare merito della valorizzazione della viticoltura regionale: Ippolito 1845, Librandi, Roberto Ceraudo, I Greco, Luigi Viola, Senatore Vini, Terre nobili, l’Acino.
Avevo, credo, circa sette anni, e ancora me lo ricordo come se fosse ieri. Mi avviai, per curiosare, verso la vigna del nonno. Lo trovai chino, vicino ad un tralcio.
Era un uomo burbero e mi ispirava un timore reverenziale ma lì, tra le sue viti, aveva un’espressione serena e insolitamente dolce.
Si voltò, mi vide e, improvvisamente, ridivenne serio.
“Tu, come ti chiami?”, mi disse.
Ero davvero spaventato. Il nonno è impazzito, pensai, non sa più come mi chiamo!
Feci per filarmela, ma lui mi prese per un braccio e mi incalzò ancora “Tu, dimmi, svelto, come ti chiami?”
“Gerardo”
risposi, con un filo di voce.
“Ti chiami Gerardo” disse, “ti chiami come me. Per questo, le mie vigne ti apparterranno”.
Oggi, ripensando a lui, sorrido, riflettendo su come, dopo varie vicende e dopo oltre 30 anni, abbia ritrovato, fiero, le mie radici, raccogliendo quell’eredità di mio nonno e decidendo di farne il centro della mia vita. Comprendo, infatti, che la vera eredità trasmessami è, al di là delle vigne, quel patrimonio di valori, quell’amore per le cose “fatte bene”, quella voglia di fare più che avere.
Dedico, perciò, tutto quanto ho fatto e farò alla mia famiglia: a mio nonno che, silenziosamente, mi ha indicato la strada che per me, oggi, diventa maestra; ai miei genitori e, in particolare, a mio padre, Notaio, che mi hanno insegnato la tenacia nel realizzare i miei progetti ed il valore delle tradizioni; a mia suocera, donna di generosità e forza straordinaria ed a mio suocero, persona speciale, che mi avrebbe certamente incoraggiato con il suo ineguagliabile entusiasmo ed il suo amore per la vita.
E mia moglie? Vi dico solo questo: senza di lei, questa avventura non sarebbe mai cominciata.
Gerardo Giuratrabocchetti
La passione per la viticoltura è antica nella famiglia Giuratrabocchetti e si tramanda da generazioni.
È da questa tradizione che nasce, nel 1998, l’azienda Cantine del Notaio, quando Gerardo Giuratrabocchetti, laureato in Scienze Agrarie, raccoglie, con la moglie Marcella, la sfida di valorizzare l’Aglianico del Vulture coltivato nelle proprie vigne, unendo tradizione, innovazione, storia e cultura del territorio. Con il Professor Luigi Moio, ordinario di Enologia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, si approfondisce la ricerca sulle potenzialità enologiche di questo vitigno, il più importante del Sud Italia, austero e generoso al tempo stesso e capace di regalare vini dalla straordinaria personalità.
Prima di scendere nel profondo Sud, il nostro tour proegue e si ferma nella Basilicata.
La Basilicata è una minuscola regione del sud Italia che riveste ad oggi un piccolo ma rilevante ruolo nel vasto panorama della viticoltura italiana, coi i suoi 5 mila ettari circa di superficie vitata.
La viticoltura qui risale all’arrivo dei Lucani e in seguito dei Greci, i quali fecero fiorire la produzione di vino. I Romani forniscono le prime testimonianze circa la qualità dei vini lucani, lodati da vari poeti del tempo. Fino agli inizi del XX secolo, il quadro dei vitigni era ben diversificato. L’arrivo della fillossera, tuttavia, causò la perdita di molti vitigni autoctoni e l’introduzione di nuove uve provenienti da altre zone.
Il vitigno principe della Basilicata è senza ombra di dubbio l’aglianico, da cui nasce l’unica DOCG della regione, seguito da montepulciano, moscato, malvasia, asprinio lucano, sangiovese, primitivo, cabernet sauvignon, trebbiano e greco.
Oltre all’unica Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Basilicata include 4 Denominazioni di Origine Controllata (DOC).
La zona vitivinicola principale si concentra nella parte collinare del Vulture, in provincia di Potenza, dove troviamo la DOCG Aglianico del Vulture Superiore, con la relativa DOC di ricaduta Aglianico del Vulture, vino rosso da uve aglianico in purezza, che nella DOC si può trovare anche in versione spumantizzata. In provincia di Matera, invece, si trova l’omonima DOC Matera, prodotto nelle 4 tipologie rosso, rosato, bianco e spumante.
Sull’altro versante, quello ovest, sorgono le altre due DOC: Terre dell’Alta Valdagri, nella val d’Agri, dove il clima è molto particolare e di tipo alpino, e Grottino di Roccanova, prodotto nelle versioni vino rosso e rosato (da prevalenza di uve sangiovese) e bianco (da uve malvasia bianca).
Tra le cantine famose e premiate della regione spiccano in particolare per il grande e meritevole lavoro nel valorizzare la viticoltura della regione: Cantine del Notaio, Terre degli Svevi, Basilisco, Paternoster, Elena Fucci.
Francesco Antonio Zecca, imprenditore agricolo di origini napoletane, si trasferisce nelle fertili terre di Leverano.
XVII secolo
Intensi scambi commerciali con Francia, Inghilterra, Svezia e Danimarca. In questo periodo, il Salento rappresenta la regione vitivinicola europea per eccellenza e l’esportazione di uva e vino sfuso è fra le principali risorse finanziarie del Regno borbonico.
1884
Per il ruolo propulsivo svolto nello sviluppo del territorio, la famiglia Zecca da notabile diviene nobile nel giugno 1884, quando papa Leone XIII conferisce il titolo comitale a Giuseppe.
Inizi ‘900
Alcibiade sperimenta i primi metodi di imbottigliamento e vengono prodotti i primi fiaschi di vino rosso denominati Saraceno, dall’omonima tenuta.
1909
I figli di Giuseppe, Alcibiade e Giuseppa, sposano discendenti della casata ducale di Taurisano Lopez y Royo.
1927
Il titolo nobiliare della famiglia Zecca viene riconosciuto dal Regno d’Italia.
1935
Alcibiade fonda una moderna ed efficiente cantina a Leverano.
Anni ’40
Giuseppe, figlio di Alcibiade, riforma il sistema di conduzione a colonìa, ammoderna la cantina e si dota di macchinari necessari alla gestione in proprio dell’intero ciclo produttivo. Nasce la prima etichetta di vino Conti Zecca: Donna Marzia.
Anni ’90
Passaggio generazionale della direzione ai fratelli Zecca Alcibiade, Francesco, Luciano e Mario, attuali proprietari.
Da cinque secoli i Conti Zecca abitano le terre di Leverano, nel cuore del Salento. Da sempre la terra è stata da loro ascoltata, capita e messa a frutto, fino a completare, nei primi del ‘900, il ciclo produttivo dalla coltivazione alla vinificazione delle uve dei propri possedimenti, senza mai alterare i delicati equilibri del luogo. Il passaggio dalla vigna alla cantina è stata una naturale conseguenza, seguito nell’azienda agricola ancora oggi con la stessa dedizione. Nel tempo l’identità di persone e luogo si è sovrapposta fino a sfumare in un intreccio di memoria e natura. Una corrispondenza armoniosa fatta di passione e rispetto, custodita con la pacatezza e la discrezione di chi è impegnato a fare le cose con cura. Questo spirito permea di sé tutto ciò che a Leverano nasce, come i vini Conti Zecca, che da soli raccontano una storia di qualità fondata sui vitigni autoctoni Negroamaro, Primitivo, Malvasia Nera e Bianca, oltre a varietà alloctone pregiate che ben si adattano al territorio salentino. Le quattro tenute di famiglia, Cantalupi, Donna Marzia, Saraceno, Santo Stefano, sono sfaccettature di questo unico sentire e danno vita a vini armoniosi di cui molti possono godere.
Il Salento è una macro area della regione Puglia e rappresenta la parte più a sud est d’Italia. Comprende tutta la provincia di Lecce e si estende verso nord fino a inglobare parte delle province di Brindisi e Taranto. Bagnato a Est dal mare Adriatico e a ovest dal mar Ionio, il Salento si presenta pianeggiante, disseminato di uliveti, bianche spiagge, masserie e vigneti. Pur avendo da sempre un’apertura verso le innovazioni, il Salento è fortemente radicato alla sua storia e al suo folklore: la cucina tipica tradizionale, la pizzica, l’architettura barocca, le sagre e le feste patronali, i manufatti tessili e in cartapesta, sono tutti elementi diventati nel corso degli anni veri e propri punti di forza e di attrazione per turisti e non. Questo patrimonio paesaggistico, storico e culturale, è ulteriormente arricchito dall’indole delle persone, che difficilmente trova eguali: i salentini sono rinomati per la loro ospitalità e il loro calore, sempre pronti ad accogliere chiunque voglia avere un assaggio della loro terra. Il Salento un territorio molto assolato, il cui clima mediterraneo si caratterizza per le estati lunghe e calde e le costanti brezze marine che, spirando costantemente sui vigneti, contribuiscono alla salubrità delle uve con la loro naturale azione antiparassitaria. Il suolo è di natura prevalentemente argillosa, ma sono presenti anche terreni di composizione fini e calcaree, dagli spessori limitati e dal buon drenaggio, e terreni rossi e ciottolosi, ricchi di minerali, così che l’intera area offre un habitat ideale a diverse varietà di uva. La vocazione vitivinicola principale è per le uve a bacca rossa. Infatti, il Salento è il regno incontrastato del Negroamaro, una varietà autoctona che si presenta con polpa ricca e grappolo compatto. Nel cuore di questo incantevole territorio si trova Leverano (“Liranu” nel dialetto locale), conosciuta come la “città dei fiori”, un attivo centro agricolo che conta circa 14.000 abitanti. Estesa su una fertile pianura, a pochi chilometri dalla costa ionica, Leverano si distingue per produzioni d’eccellenza quali il vino, l’olio, l’ortofrutta e i fiori. Stemma civico e simbolo di Leverano è la Torre, alta all’incirca 30 metri e fatta erigere da Federico II di Svevia nel 1220 a difesa dell’abitato e delle coste durante il periodo degli attacchi pirateschi. Degni di menzione sono anche la Chiesa Matrice, risalente al XVI secolo ed esempio di transizione dal rinascimento al barocco, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie con l’annesso convento dei frati minori e le tante masserie fortificate, molte delle quali oggi riconvertite in strutture ricettive. Il clima mite e la fertilità dei terreni ha incoraggiato la famiglia Zecca a stabilirsi in questa zona nel 1580 e qui intraprendere la sua attività imprenditoriale, culminata nel 1935 con la costruzione della cantina, contribuendo insieme ad altre realtà locali a fare di Leverano uno dei centri agricoli più attivi della zona. Oggi Leverano è un paese dinamico, dove nel corso dell’anno si susseguono eventi culturali e di svago che animano il suggestivo centro storico e altre zone. Ha conosciuto di recente un aumento delle presenze turistiche, essendo anche ad una distanza strategica da rinominate località come Porto Cesareo, Lecce o Gallipoli. Le aziende del settore agroalimentare e manifatturiero hanno reso Leverano un paese interessante anche a livello commerciale, ponendo le basi per la costituzione di un vero e proprio distretto di eccellenza.
Ora, andando verso l’Adriatico, arriviamo in Puglia.
La Puglia è una regione del sud Italia affacciata sul versante adriatico che, con i suoi 105 mila ettari di superficie vitata, ricopre ad oggi un piccolo ruolo nel vasto panorama della viticoltura italiana: l’attenzione dei produttori verso la produzione, che in passato era rivolta alla quantità, si sta man mano spostando verso una maggiore qualità.
La viticoltura in Puglia risale al periodo precedente ai Fenici, prima del 2000 a.C.. Furono tuttavia i commercianti fenici a introdurre nuovi vitigni e tecniche di produzione più sviluppate. Con i Greci, la viticoltura pugliese continuò ad espandersi, fino all’intero periodo dell’Impero Romano e oltre. Nel XIX secolo, la produzione vitivinicola pugliese non si arresta, ma cresce ulteriormente: infatti con la diffusione della fillossera, la produzione vinicola in tutta l’Europa subisce un brusco calo e i commercianti europei, e soprattutto francesi, iniziano ad acquistare consistenti quantitativi di vini pugliesi fino all’arrivo anche qui di questo parassita animale.
I vigneti pugliesi sono dominati in maniera incontrastata dai vitigni a bacca rossa, che ricoprono più dell’80%. I vitigni che regnano nel territorio vitivinicolo della Puglia sono negroamaro e primitivo, seguiti da bombino bianco e nero, trebbiano toscano, uva di Troia, sangiovese, montepulciano, malvasia nera.
Oltre alle 4 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Puglia include 28 Denominazioni di Origine Controllata (DOC), il più alto numero di DOC in Italia dopo la Toscana.
In tutto il territorio pugliese è possibile produrre la DOC Aleatico di Puglia. A nord, in provincia di Foggia, si trovano le DOC Tavoliere, San Severo, Cacc’è mmitte di Lucera e Orta Nova, mentre nella provincia di Barletta-Andria-Trani abbiamo le DOC Rosso di Cerignola, Barletta e Moscato di Trani.
In provincia di Bari, sorgono le 3 DOCG Castel del Monte Bombino Nero, Castel del Monte Nero di Troia Riserva, Castel del Monte Rosso Riserva, con la relativa DOC di ricaduta Castel del Monte – in comune con la provincia di Barletta-Andria-Trani -, oltre alle DOC Gravina e Gioia del Colle.
Nella parte sud, tra Brindisi, Taranto e Lecce, troviamo tante DOC che ricoprono zone di produzione molto piccole, quali Negramaro di Terre d’Otranto, Terra d’Otranto, Locorotondo, Martina Franca, Ostuni, Colline Joniche Tarantine, Brindisi, Lizzano, Salice Salentino, Squinzano, Leverano, Copertino, Nardò, Galatina, Alezio e Matino. In questo territorio, inoltre, emerge la quarta DOCG della regione: il Primitivo di Manduria Dolce Naturale, con la relativa DOC Primitivo di Manduria.
Tra le cantine famose e premiate della Puglia spiccano in particolare per il grande e meritevole lavoro nel valorizzare la viticoltura della regione: Torrevento, Tormaresca, Polvanera, Gianfranco Fino, Rasciatano, Cosimo Palamà, Plantamura, Tenuta Viglione, Chiaromonte, Carvinea, Vallone, Racemi, Leone de Castris, Cantine Due Palme, Tenute Rubino.
L’azienda in questione è la
Feudi di San Gregorio S.p.a.
Dal valore del passato nasce il
futuro, lungimirante visione che affonda le sue radici
nell’entroterra irpino per rinascere moderna Azienda vitivinicola,
Feudi di San Gregorio a Sorbo Serpico. Una struttura moderna
perfettamente integrata nel paesaggio circostante, un gioiello
architettonico che rivela una dedizione e una passione unica, quella
di Antonio Capaldo e dello staff che lo affianca.
Nel nome la storia rivive conducendoci al territorio, l’origine come segno distintivo. Feudi di San Gregorio nasce, infatti, da “San Gregorio” una contrada di Sorbo Serpico, nel cuore dell’antico Patrimonio Sancti Petri, risalente al tempo del pontificato di Gregorio Magno.
Vitigni autoctoni e suoli vulcanici diventano romanzo in un sol gesto, quello dell’uomo capace di elevarli in realtà simbolo e simbolica riconosciuta in tutto il mondo, i vini Feudi di San Gregorio. Vini che trasmettono autenticità e identità in una contemporanea visione di Cru.
Nella metà degli anni Ottanta nasce un’idea che ben presto diventa tangibile realtà nel segno indelebile di un passato carico di memoria e verità. Materia viva e pulsante che Antonio Capaldo custodisce e tramanda ai posteri nel segno di un costante impegno. Gli obiettivi sono ben chiari e definiti da subito la voce autoctona del territorio, l’Aglianico, Fiano di Avellino, Greco di Tufo, la Falanghina, sul parterre internazionale per esprimere l’emozione, il carattere, il cuore di una realtà protesa nel futuro ma che volge lo sguardo al passato per estrarne la fibra del cambiamento a misura d’uomo.
Se Antonio Capaldo è l’anima, il cuore e la mente dei Feudi di San Gregorio, il suo staff è l’orchestra che esegue in perfetta armonia una sinfonia capace di evolversi step by step in massima espressività qualitativa filtrata dal valore umano e dall’esperienza di esperti del settore come l’agronomo Pierpaolo Sirch che traduce per ogni etichetta le potenzialità di questi vitigni valorizzandone la ricchezza e la particolarità. Dall’Irpinia quartier generale dell’Azienda al mondo passando per le zone italiane più vocate come la Puglia, la Basilicata, la Toscana, la Sicilia e il Friuli. Ed è in Irpinia che in 30 anni di attività la mission Feudi produce autoctoni come voce inconfondibile di ciascun territorio capace di decantare personalità e amore in ogni calice.
Feudi di San Gregorio, parla il terroir, quello dell’Irpinia, caratterizzato da inverni rigidi e nevosi ed estate mai troppo torride, escursioni termiche intense, suoli vulcanici e sabbiosi che l’hanno preservata dall’epidemia di fillossera, e quella particolare luce mediterranea che scalda con gli umori caratteriali di uomini e gesti che ne rilasciano la tipicità.
È un sunto armonico e cadenzato dal sapere antico di coltivare la terra, di entrare in sintonia con il terreno, di ascoltarne il respiro, un’eredità preziosa che ancora oggi ritroviamo ai Feudi, valore aggiunto che sfuma in nuance calde e avvolgenti le qualità organolettiche di ogni etichetta.
La maggior parte dei vigneti di Feudi di San Gregorio si trova nella zona di Sorbo Serpico, sede anche della cantina. Successivamente sono stati acquisiti vigneti nella zona di Tufo, a Taurasi e a Santa Paolina per un totale di circa 250 ettari. Vigneti che celano un cuore antico, 60 ettari di vigne storiche, gestite con lunghi contratti di affitto ed è il futuro che cammina sulla storia. Preziosità custodita dalle anse del tempo, antica conoscenza che va oltre l’esperienza per giungere sotto i nostri occhi e regalarci grappoli unici, territori e varietà che tramandano echi di memoria sulla quale attecchisce l’innovazione.
La forza dell’autenticità non è un pensiero astratto al quale si dà forma con liriche parole descrittive, ai Feudi di San Gregorio è un luogo fisico che si estende nella mente e coinvolge i sensi per poi rinascere cultura del vino oltre ogni frangente di tempo.
È un piccolo appezzamento chiamato “Storico Dal Re” nella zona di Taurasi con oltre 200 viti di Aglianico a piede franco, di oltre 150 anni, i Patriarchi. Viti alte circa 2,5 metri con tralci che arrivano anche a 4/5 metri di lunghezza. Mirabile visione, stupefacente evocazione del reale, dopo qualche passo nel vigneto è come se l’immenso ci avvolge, si perde la condizione spazio-temporale e si avanza verso un’estensione sapientemente orchestrata dalla natura e dell’uomo. Passeggiando è come se avvertissimo l’anima del vigneto, un vibrare capace di rivelare l’essenza del luogo, l’origine, le tradizioni, la storia. Un passato che diventa vissuto, un vissuto che ramifica il processo della vita custodito in tralci che ne testimoniano il valore. E poi, se si ha la possibilità di degustare un calice di Aglianico “Dal Re”, l’esperienza è totalizzante, il vino rinasce messaggero di culture fra i poli, fil rouge e collante nelle e delle diverse epoche ed è come vivere dentro un mistero carico di tensione emotiva, un mistero chiamato vino, dalla terra all’uomo. Riflessi di cultura enoica e riflessioni che conducono sulla soglia del domani. Evoluzione mai spentasi nella lungimiranza di Antonio Capaldo che ha fortemente voluto e mantenuto questo patrimonio da dove nasce il vino Serpico, uno delle etichette Feudi più interessanti. Da questa realtà sono state codificate e riprodotte le viti che danno origine ai nuovi impianti di Aglianico del vigneto “Dal Re”. Bellezza di un vigneto che immancabilmente richiama la convivialità, il piacere di viverlo assaporando il passato, magari con un cesto da pin nic che custodisce i cibi della tradizione contadina.
Le forme della natura, le linee dell’architettura, trait d’union la sensibilità di Antonio Capaldo e dell’architetto giapponese Hikaru Mori che progetta e realizza la cantina a Sorbo Serpico. Essenzialità, linearità, armonia per una perfetta combinazione di ambientalismo costruttivo e creatività architettonica.
Tagli geometrici precisi, acciaio karten e il paesaggio circostante con i suoi vigneti parte viva della scena. L’ingresso è caratterizzato da un cubo in karten che accoglie l’ospite e lo introduce al suggestivo mondo del vino e dell’ospitalità dei Feudi proiettando per alcuni attimi al suo interno immagini introduttive.
L’esterno della cantina è un’estensione di quiete musicale e relax a misura di eleganza che riflette la filosofia dei Feudi: una cantina da vivere e condividere nello spirito della convivialità.
Barricaia interrata, sopra le linee geometriche nette definiscono il giardino e creano un rettangolo d’acqua quasi a richiamare il mood giapponese dell’architetto. Una cangiante vibrazione luminosa rimbalza dal ristorante Marennà, una stella Michelin dal 2009, sito al primo piano della cantina e seguendone la scia ci ritroviamo a costeggiare una tavolozza di aromi e profumi è l’orto dello chef. Segue il giardino di rose, un dipinto dalle sfumature sensuale e avvolgenti che modella il profilo della costruzione.
Architettura e design s’incontrano all’interno della cantina con gli arredi per le aree accoglienza firmate da Massimo e Lella Vignelli. Un mosaico di emozioni intarsiato dall’arte, attraverso le opere di grandi artisti. Arte contemporanea, una grande passione di Antonio Capalbio tanto che nel 2011, i Feudi ha invitato alcuni artisti campani a realizzare un progetto ispirato all’azienda. Il risultato è una collezione di opere uniche che suggellano l’universo enoico dalla terra al calice. Un percorso istoriato di sentimento e natura, di vissuto al servizio dell’innovazione e di tradizione al servizio dell’esperienza. Ecco allora che lungo il percorso che dalla lobby ci conduce alla barricaia troviamo l’installazione artistica “Immaginazioni” (2013), del fotografo Mimmo Jodice, Vedova Mazzei con “Colature” (2011) e Marinella Senatore con la “Collezione di Acquerelli” (2013).
Ma il cuore pulsante della Cantina, naturalmente, è la barricaia con un caratteristico tunnel che conduce direttamene al vigneto. È qui che il vino riposa e assume la sua sensuale evanescenza e poesia. Un continuum sottolineato dalla sequenzialità delle barrique che trasformano lo spazio in un magico corpo carico di vita silente. Esito felice a pianta libera che ci conduce in fondo alla cantina storica e sullo sfondo la visione si apre sull’arte, un presepe come testimonianza artistico- tradizionale di una regione che offre arte e cultura. Quasi al centro della barricaia la sala degustazione sospesa. Si, letteralmente sospesa sopra le barrique, per un’esperienza che coinvolge tutti i sensi e lascia spazio all’immaginazione di seguire le vie en rose del vino.
Il dettaglio, la passione, la storia, il futuro tutto si riflette nei vini Feudi di San Gregorio ad iniziare dalle loro etichette create da Massimo Vignelli che ha saputo intrecciare in stilemi razionali e sintetici gli antichi mosaici con l’imprinting moderno. Classico contemporaneo per attimi senza tempo.
Feudi di San Gregorio, il vino, le persone, il terroir. Una sinergia d’intenti che fluisce armoniosamente nella cultura del fare per essere massima espressione vinicola, dal cuore della terra al cuore dei consumatori.
La famiglia Mastroberardino vive il contesto socioculturale vitivinicolo da oltre due secoli, in base alle più attendibili ricostruzioni storiche. Le prime tracce della presenza in Irpinia risalgono al catasto borbonico, a metà del Settecento, epoca in cui la famiglia elesse il villaggio di Atripalda a proprio quartier generale, ove sono tuttora situate le antiche cantine, e di lì ebbe origine a una discendenza che legò indissolubilmente le proprie sorti al culto del vino. Dieci generazioni, da allora, hanno condotto le attività di famiglia, tra alterne vicende, come sempre accade nelle storie delle imprese familiari di più antica origine.
Le tenute di famiglia sono localizzate in Irpinia, culla di tre DOCG: Greco di Tufo, Fiano di Avellino e Taurasi, distribuite nelle varie aree del territorio con l’obbiettivo di preservarne l’identità ed assicurare la salvaguardia prima, la continuità e lo sviluppo poi, della viticultura autoctona. Questa è da sempre la missione dell’azienda, a difesa dei valori vitivinicoli tradizionali, con occhio attento all’innovazione e all’interpretazione moderna dei propri vini, in una sapiente sintesi tra il carattere e lo stile della cultura antica e le più avanzate tecnologie qualitative.
La famiglia Mastroberardino è
rimasta pressoché sola in Irpinia a difendere questo patrimonio sino
agli anni Novanta del Novecento. Se oggi i vini di questo territorio
sono definitivamente legittimati nel novero delle più esclusive e
rinomate produzioni mondiali, ciò si deve alla costanza e all’enorme
contributo di cultura di Antonio Mastroberardino, che ha saputo
rappresentare in maniera magistrale la giunzione tra le radici del
mondo antico e la sete inesauribile di conoscenza dell’uomo.
La famiglia Mastroberardino, punto di riferimento della vitienologia italiana, è riconosciuta come la paladina dei vitigni autoctoni dell’Irpinia e della Campania. Ha infatti posto sempre grande cura nella tutela e nella valorizzazione di varietà come l’Aglianico, il Fiano, il Greco, la Falanghina, il Piedirosso, la Coda di Volpe, le cui origini risalgono alla colonizzazione greca e alla civiltà romana.
L’innovazione, la ricerca, la sperimentazione hanno accompagnato l’opera di recupero e di rilancio dei biotipi più antichi e dai caratteri migliori, al fine di salvaguardare la biodiversità all’interno di queste famiglie varietali ed accrescerne il potenziale qualitativo.
Le prime tracce dell’intrapresa Mastroberardino nell’attuale sede di Atripalda, alle porte di Avellino, risalgono alla metà del Settecento. Da allora ai nostri giorni si contano dieci generazioni di famiglia, senza soluzione di continuità.
Nel 1878, con la registrazione presso la Camera di Commercio di Avellino, Angelo Mastroberardino, Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e bisnonno dell’attuale Presidente, Piero Mastroberardino, avvia le esportazioni dei vini di famiglia prima in Europa, poi, grazie ai lunghi e pionieristici viaggi di suo figlio Michele Mastroberardino, verso l’America del Nord e l’America Latina.
Il messaggio antico dei grandi vini d’Irpinia anima l’impegno imprenditoriale di famiglia anche negli anni difficili a metà del Novecento, quando, malgrado i danni causati dalla fillossera prima e dalla guerra poi, Antonio Mastroberardino, Cavaliere al Merito del Lavoro, padre di Piero, rimane unico, strenuo difensore della viticoltura autoctona della zona, contro diffuse pressioni tendenti ad abbandonare quella tradizione e a virare verso varietà più produttive e di minor pregio. È lui l’artefice del programma di reimpianto che apre la strada al rilancio della viticoltura irpina, proiettandola verso i riconoscimenti attuali.
La guida delle attività di famiglia è affidata oggi a Piero Mastroberardino, al timone dell’azienda dalla metà degli anni Novanta. Viticultore alla decima generazione, Piero è Professore Ordinario di Business Management nell’Università, autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali sui temi del management. Il suo profilo professionale e imprenditoriale è legato a doppio filo a quello artistico che si concretizza nei campi del disegno e della pittura, della narrativa e della poesia.
Dal 2011 ad oggi ha infatti pubblicato due romanzi, Umano Errare e Giro di Vite e due raccolte di poesie, All’origine dei sensi e Frammenti, quest’ultima in forma di libro d’artista. Con i suoi dipinti ha realizzato numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero e molte sue opere sono presenti in collezioni nazionali e internazionali. Da Maggio 2015 è presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi.
Le tenute dell’azienda
Mastroberardino si trovano a:
Mirabella Eclano;
Apice;
Montemarano;
Montefusco;
Montefalcione;
Vesuvio;
Pompei;
Manocalzati;
Tufo;
Santa Paolina;
Petruro Irpino;
Santo Stefano del Sole;
Lapio;
Pietradefusi.
La sede centrale e la cantina si trovano ad Atripalda (Avellino).
Oggi iniziamo il nostro tour nel Sud Italia. Il nostro tour inizia dalla Campania.
La Campania è una regione del sud Italia di grande rilevanza nell’universo vitivinicolo italiano, soprattutto per ciò che concerne la valorizzazione dei vitigni autoctoni. I vigneti del territorio campano ricoprono circa 30 mila ettari, con numerose cantine di piccole dimensioni e a conduzione familiare.
La viticoltura in Campania ha origini antichissime: infatti già prima dell’arrivo degli Etruschi, c’erano popolazioni dedite alla coltivazione della vite. Gli Etruschi prima e i Greci poi, si occuparono dello sviluppo nelle tecniche di produzione. All’epoca romana, cosicché, i vini campani erano già considerati i più pregiati del tempo, i preferiti dagli imperatori dell’Impero, e il Falerno era lodato come il miglior vino in assoluto. A partire dal XVII secolo, il ventaglio di vitigni campani subisce un considerevole mutamento che vede emergere i vitigni che oggi portano la bandiera della viticoltura campana.
In questa regione i vitigni internazionali non giocano alcun ruolo importante: i produttori campani, infatti, sono riusciti a valorizzare la grande varietà di vitigni autoctoni che possiede la regione. I vitigni a bacca rossa più coltivati della Campania sono aglianico, barbera, sangiovese, montepulciano, greco nero, primitivo, ciliegiolo e l’autoctono piedirosso. Tra i vitigni a bacca bianca, ci sono invece falanghina, malvasia di Candia, manzoni bianco, trebbiano toscano, oltre agli autoctoni coda di volpe, greco, asprinio, fiano, biancolella, forastera.
A fronte di 4 Denominazioni di Origine Controllata e Garantita (DOCG), la Campania include ben 15 Denominazioni di Origine Controllata (DOC).
La parte interna della Campania vanta tutte le DOCG della regione. In Irpinia, nella provincia di Avellino, si trovano le DOCG Taurasi, vino rosso da uve aglianico, Fiano di Avellino e Greco di Tufo, due vini bianchi da uve fiano e greco, nonché la DOC Irpinia che ricopre l’intero territorio irpino. La provincia di Benevento, invece, abbraccia la DOCG Aglianico del Taburno, oltre alle DOC Sannio e Falanghina del Sannio.
In provincia di Caserta, emergono le DOC Falerno del Massico, Galluccio, Aversa e Casavecchia di Pontelatone. Nella provincia di Napoli si trovano diverse piccole DOC, quali Campi Flegrei, Vesuvio, le due DOC isolane Ischia e Capri e la DOC costiera Penisola Sorrentina. In provincia di Salerno si estendono invece le DOC Costa d’Amalfi, che ricopre il magnifico territorio della Costiera Amalfitana, Castel San Lorenzo e Cilento.
Tra le cantine famose e premiate, alcune storiche, della Campania ci sono: Pietracupa, Mastroberardino, La Sibilla, Luigi Maffini, Luigi Tecce, Cantina del Taburno, Masseria Frattasi, Ciro Picariello, Villa Matilde, Raffaele Palma, Feudi di San Gregorio, Colli di Lapio, Ocone, Feudo Apiano, Rocca del Principe, Antonio Caggiano, I Favati, Sanpaolo, Benito Ferrara, Contrade di Taurasi, Montevetrano, Terra di Vento, Capolino Perlingieri, San Salvatore, Nanni Copè, Cautiero, La Guardiense, Terre Stregate, Fontanavecchia, Urciuolo, Perillo.