Produzione e caratteristiche dei vini Passiti
Definizione
Per «vino passito» o «passito» s’intende un vino sottoposto ad appassimento, anche parziale, naturale sulla pianta o dopo la raccolta. L’appassimento può essere realizzato mediante uno o più procedimenti e tecniche, anche con l’ausilio di specifiche attrezzature. Nella produzione dei vini passiti non è consentita alcuna pratica di arricchimento del titolo alcolometrico naturale delle uve prima o dopo l’appassimento. La definizione di vino passito si applica ai vini da uve stramature, nonché ai vini ad indicazione geografica tipica e ai vini di qualità prodotti in regioni determinate (VQPRD), per i quali è prevista tale tipologia nei singoli disciplinari di produzione. I vini passiti possono essere ottenuti da uve di tutte le varietà autorizzate alla produzione di vino, fatte salve eventuali limitazioni presenti nei disciplinari dei vini ad indicazione geografica tipica e a denominazione di origine. La menzione «vino passito» o «passito», ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 1, lettera b), del regolamento (CE) n.753/2002 della Commissione, del 29 aprile 2002, e successive modificazioni, sostituisce la denominazione «vino da uve stramature» e può essere accompagnata in etichetta dalla menzione «vendemmia tardiva». La menzione «passito» o «vino passito» può inoltre essere sostituita in etichetta dalle menzioni tradizionali «Vin santo», «Vino santo», «Vinsanto» esclusivamente nel caso di VQPRD, i cui disciplinari prevedono tali menzioni. Il REGOLAMENTO (CE) N. 1493/1999 DEL CONSIGLIO del 17 maggio 1999 relativo all’organizzazione comune del mercato vitivinicolo (GU L. 179 del 14.7.1999, pag. 1 prevede che i vini passiti devono avere:
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titolo alcolometrico volumico
naturale tra 15 – 22 % vol;
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titolo alcolometrico volumico
totale non inferiore a 16 % vol e un titolo alcolometrico volumico
effettivo non inferiore a 12 % vol.
I vini passiti sotto l’aspetto legale non sono vini speciali poiché non si ricorre all’aggiunta di mistelle. Si ottengono per appassimento delle uve che può essere naturale o artificiale:
NATURALE: con i grappoli ancora sulla vite si sottopone l’uva a sovramaturazione (vendemmia ritardata) per indurre una concentrazione maggiore di zucchero (es.: Aleatico). Alcune produzioni come i Sauternes ed il Tokaji ungherese si ottengono da uve “botritizzate”, cioè attaccate dalla muffa nobile Botrytis Cinerea che apporta trasformazioni all’interno dell’acino e lo arricchisce di un corredo aromatico pregiato. Un altro vino pregiato è il Picolit del Friuli le cui uve subiscono la cosiddetta “acinellatura”, cioè un aborto floreale che riduce la presenza di acini sul grappolo ad un rapporto 5/30. Rispetto alle bacche rimaste la linfa è quindi più del necessario. Esistono infine gli Icewine prodotti da vitigni presenti in regioni in cui la temperatura invernale scende gradualmente fino a -7°C e solidifica l’acqua nell’acino.
ARTIFICIALE: si realizza la vendemmia un po’ anticipata e si pongono i grappoli ad appassire al sole (es.: Greco di Bianco, Anghelu Ruju) per elevare la concentrazione zuccherina facendo evaporare l’acqua, oppure su graticci durante le stagioni fredde (dicembre-febbraio, l’Amarone che non è zuccherino ma secco perché i lieviti consumano lo zucchero e portano la gradazione alcolica a 15-16°, la Malvasia, il Torcolato). Per alcune produzioni la vinificazione avviene addirittura durante la settimana santa (da qui il nome Vin Santo di Toscana).
La vinificazione è in bianco, piuttosto lenta perché realizzata a basse temperature in modo da non provocare alterazioni del patrimonio aromatico. Il vino è considerato maturo nel giro di 3-5 anni. Per alcuni vini passiti esiste la possibilità di addizionare alcol o mosto concentrato: in questo caso si parla di Vino Passito Liquoroso (es.: Caluso).
Cenni storici
L’origine dei vini passiti è stata attribuita a cause e vicissitudini storiche diverse: ad esempio in Toscana si ricollega alla pratica degli “scelti” che venivano prodotti per il “governo” del Chianti. I grappoli di uve stramature (ottenuti dopo l’appassimento tradizionale in fruttaio) venivano fermentati in piccoli fusti di legno e dopo alcuni anni di affinamento avrebbero dato dei vini eccellenti. In origine il vino prodotto con tale tecnica veniva denominato come “Vino Pretto” (Vino Puretto) volendo così definire un vino puro, prodotto senza alcuna aggiunta di coadiuvanti enologici. Successivamente questo vino venne nominato “Vin Santo”, ma sull’attribuzione di questa nuova denominazione non si ha una documentazione storica ufficiale che renda possibile risalire all’etimologia esatta della parola. Secondo alcune tradizioni il nome “Vin Santo” è collegato al periodo in cui veniva vinificata l’uva appassita cioè “I Santi” o al periodo d’imbottigliamento che avveniva generalmente durante la Settimana Santa in primavera. Per altri la denominazione è collegata all’utilizzo di questo vino durante la celebrazione della Santa Messa. In altri riferimenti storici, si dovrebbe risalire al 1439 l’imposizione di tale denominazione al vino in occasione del Concilio delle Chiese Greco-Ortodossa e Romana a Firenze. L’esponente e rappresentante della chiesa Greco-Ortodossa “Il Bessarione capo di Greci” al termine della cena tenuta a fine lavori in segno dell’accordo ottenuto avrebbe esclamato “Ma questo è il vino di Xanthos” riferendosi al vino prodotto nella famosa isola Greca. Gli altri commensali che udirono l’apprezzamento al vino lo interpretarono nel senso di vino dotato di virtù soprannaturali e, quindi, tale nome (Vin Santo) sarebbe rimasto a definire questa tipologia vino. La semplice citazione, sia pure malintesa, ha potuto avere un’eco così grande se riportiamo l’episodio all’epoca e alla situazione in cui avvenne. L’importanza del Concilio era certo storica e di risonanza rilevante, anche perché il popolo era pure impressionato dalle vesti e dall’aspetto degli esponenti della chiesa Greco-Ortodossa. Un’altra possibile etimologia potrebbe essere legata a un’altra affermazione effettuata degli esponenti ortodossi durante il Concilio, vino “xantos” (vino giallo), alludendo al suo colore caratteristico ambrato.
Base ampelografica e territori
Le aree di produzione dei vini passiti si estendono lungo tutta la penisola italiana. Le zone interessate presentano caratteristiche pedoclimatiche molto eterogenee, andando dalle regioni dell’arco Alpino (clima continentale) sino ad arrivare all’isola di Pantelleria (clima subtropicale). Le principali varietà d’uva utilizzate nell’elaborazione dei vini passiti sono classificate come aromatiche e neutre. Le uve atte alla produzione di vini passiti presentano le seguenti caratteristiche: grappoli spargoli, acini a buccia dura, assenza/scarsità di enzimi pectolitici, ottimo stato sanitario e di maturazione.
Varietà aromatiche
Tra le prime ricordiamo: Gewurztraminer, Moscato rosa, Moscato giallo (Trentino-Alto Adige), Moscato di Scanzo (Lombardia) Moscato di Saracena (Calabria), Vermentino Friulano (Friuli Venezia Giulia), Moscato di Trani (Puglia), Malvasia di Bosa (Sardegna), Malvasia delle Lipari (Sicilia), Aleatico dell’Elba (Toscana).
Varietà neutre
Tra le varietà neutre maggiormente utilizzate per la produzione di vini passiti ricordiamo: Albana di Romagna (Emilia-Romagna), Greco bianco (Calabria), Picolit (Friuli Venezia Giulia), Bosco e Albarola (Liguria), Verdicchio (Marche), Erbaluce (Piemonte), Nosiaola e Pinot grigio (Trentino-Alto Adige), Corvina veronese, Garganega e Vespaiola (Veneto), Sagrantino (Umbria) e Vernaccia di Serrapetrona (Marche).
Tecniche di produzione
Vendemmia
La vendemmia viene effettuata manualmente in cassette da 4 – 5 kg. L’uva deve essere perfettamente sana, matura e asciutta. La raccolta deve avvenire con estrema cura per evitare la lacerazione della buccia che provocherebbe attacchi fungini che danneggerebbero irrimediabilmente la qualità del prodotto finale. La vendemmia può essere svolta a perfetta maturazione dell’uva (6-8 giorni dopo la maturazione fisiologica) o può essere leggermente anticipata. In presenza di varietà d’uva che presentano buccia fine, la raccolta viene anticipata cosicché la buccia dell’acino presenta maggiore resistenza agli sforzi meccanici e all’attacco di marciumi.
Appassimento
La fase più delicata e onerosa della tecnica di produzione dei vini passiti è l’arricchimento in zuccheri. Le tecniche di appassimento dell’uva sono diverse e seguono le varie tradizioni e le differenti direttive dettate dai disciplinari di produzione. L’appassimento è quel processo che consiste in un parziale allontanamento dell’acqua contenuta nell’uva in condizioni di pressione atmosferica e temperatura sopra 0°C ed inferiore al punto di ebollizione. Nel processo di appassimento intervengono fenomeni fisici e biochimici ed i parametri fisici che regolano tale processo sono temperatura e umidità relativa. Come conseguenza della concentrazione dei soluti cellulari e delle variazioni a carico della respirazione cellulare, i rapporti tra zuccheri/acidi organici e acido tartarico/acido malico aumentano mentre il rapporto glucosio/fruttosio diminuisce. L’appassimento si ottiene attraverso i seguenti metodi:
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metodo naturale-tradizionale: Le
uve, sane e perfettamente mature, sono selezionate al momento della
raccolta manuale. Vengono scelti i grappoli più spargoli, con gli
acini non troppo vicini tra loro, così che lascino circolare
l’aria. I grappoli sono adagiati in ampie cassette di plastica
traforata, per garantirne l’ottima aerazione. Le cassette sono
impilate in un locale ampio e areato sopra la cantina (fruttaio) e
sono periodicamente controllate in modo che l’appassimento avvenga
in modo perfetto. Il fruttaio è predisposto in modo da garantire
una costante aerazione delle uve in modo che la temperatura cambi
con gradualità e non ci siano ristagni di umidità. L’appassimento
dura in media tre mesi ma anche di più, secondo la percentuale
d’acqua contenuta in origine nelle uve. La conseguenza visibile
più evidente di questa fase, oltre all’avvizzimento degli acini,
è la perdita di peso dei grappoli, che varia secondo la varietà
d’uva dal 30% al 35%;
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appassimento forzato: in
sostituzione all’appassimento in fruttaio possono essere
utilizzate delle celle termo-condizionate per il controllo della
temperatura e dell’umidità. La durata del trattamento è variabile
da 30 a 45 giorni;
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appassimento in pianta del
grappolo: l’appassimento in pianta può avvenire con torsione del
peduncolo del grappolo o con il taglio del tralcio. Queste due
tecniche, interrompendo il normale flusso della linfa alle bacche,
favoriscono la disidratazione dell’uva e la relativa concentrazione
zuccherina.
Le tecniche di appassimento naturale e in pianta presentano diversi svantaggi quali: perdita di prodotto (circa 5%), formazione di muffe (con possibili cessioni di tossine), lunghi tempi di appassimento e alti costi di manodopera. Oltre a ciò, durante il periodo di sosta in fruttaio e in campo, l’uva presenta perdite di zuccheri e acidi, oltre che di acqua, differenziate in funzione della cultivar (per perdite in peso del 45%-48% sono state osservate perdite in zuccheri tra l’1 e 8 % e di acidi tra il 37-47%).
Operazioni di cantina
Al termine delle operazioni di appassimento l’uva intera o diraspata manualmente viene pressata. Vengono utilizzate presse orizzontali pneumatiche o torchi meccanici nei casi di basse produzioni (resa pressatura 40%). Successivamente il mosto subisce la chiarifica attraverso la decantazione statica che viene agevolata con l’utilizzo di enzimi pectolitici (1-2 g/hl), bentoniti (20-40 g/hl) e gelatine (0,5-1,5 g/hl).
Il mosto viene aggiunto di attivanti fermentativi scorze di lievito (25-35 g/hl), tiamina pirofosfato (60 mg/hl) e solfato e fosfato di ammonio (200-300 g/hl) e inoculato con lieviti selezionati (20-40 g/hl) del genere Saccharomyces ceppo uvarum e cerevisiae. I lieviti utilizzati si caratterizzano per avere: elevato vigore fermentativo, elevata alcool tolleranza (16,5% vol/vol), ampio intervallo di temperature di fermentazione (tra 12°C e 34°C), fattore killer positivo, elevata resistenza agli stress osmotici e buona-alta resistenza all’anidride solforosa. La fermentazione alcolica ha una durata di 45-60 giorni e viene condotta a temperatura controllata (15-17°C) in vasche d’acciaio o in botti di rovere (225 l o 450 l) francese o americano.
Alla fine della fermentazione alcolica il vino giovane viene travasato per agevolare l’eliminazione dei depositi fecciosi grossolani depositati sul fondo della vasca. Successivamente il vino viene aggiunto di anidride solforosa (limite: 80-100 mg/l di anidride solforosa libera) e trasferito in botti di rovere per l’affinamento. Durante l’invecchiamento il deposito feccioso presente nel vino (fecce fini “lies”) viene gestito con la tecnica del bâtonnage (ogni 15 giorni le fecce fini vengono rimesse in sospensione). Questa operazione favorisce l’autolisi dei lieviti favorendo la liberazione di mannoproteine parietali e colloidi protettori che hanno la proprietà di combinarsi con composti fenolici più reattivi, che cederebbero al vino gusti astringenti. Il risultato è l’aumento del corpo del vino e la protezione di aromi varietali e fermentativi.
I tempi di affinamento sono variabili e in funzione delle disposizioni dettate dai diversi disciplinari di produzione. Durante il periodo d’invecchiamento in legno possono essere effettuati diversi travasi e aggiunte di anidride solforosa, se necessario.
Il vino finito, prima dell’imbottigliamento, subisce una filtrazione brillantante con farine fossili ed è aggiunto di anidride solforosa (limite: 30-50 mg/l di anidride solforosa libera). Le bottiglie utilizzate sono in piccoli formati (0,500 l o 0,375 l) per valorizzare il prodotto e per il suo prezzo elevato. E’ sempre consigliabile un affinamento ulteriore del vino in bottiglia della durata minima di sei mesi.
Vendemmia tardiva
È la menzione ufficiale del vino ricavato da grappoli lasciati sulla vite dopo la maturazione fisiologica per farli appassire sulla pianta, affinché il contenuto zuccherino dei loro acini si concentri. Si ottengono così vini più dolci, meno acidi e di sapore più intenso. Ma in situazioni climatiche adatte, le uve vengono attaccate dalla Botrytis cinerea, e il vino acquista caratteristiche qualitative ancora più pregiate: è per questo motivo che Vendange tardive è la denominazione di maggior prestigio riconosciuta in Alsazia. La vendemmia tardiva non fa parte della tradizione enologica italiana, che ha sempre privilegiato l’appassimento dei grappoli recisi: è una soluzione adottata in anni recenti perché consente di ottenere vini di maggior freschezza, che meglio rispondono al gusto odierno, che non apprezza più come un tempo i passiti tradizionali. Nessun vino italiano di questo tipo, tuttavia, è riuscito finora a crearsi un’immagine di alto profilo: la scoperta della vendemmia tardiva è avvenuta troppo tardivamente, e chi tardi arriva, male alloggia.
Muffati
Fra tutti i tipi di vino prodotti, quelli che riescono più di altri a suscitare ricche emozioni e un coinvolgimento sensoriale maggiore sono probabilmente i vini dolci e muffati. Nel corso dei secoli questi vini sono stati sempre preferiti e ricercati ovunque, considerati veri e propri nettari per le loro qualità aromatiche e per i loro avvolgenti e intensi sapori. Spesso erano considerati anche come medicinali e ricostituenti; più volte nei documenti antichi si trovano testimonianze di medici che prescrivevano questi vini come cura. Il fascino di questi vini potrebbe anche essere dovuto dal fatto che in genere sono prodotti in quantità limitate e in zone piuttosto ristrette, due fattori che contribuiscono certamente a rendere rari, e quindi pregiati e preziosi, questi autentici nettari d’uva.
Uve Appassite e Muffa Nobile
La produzione dei vini dolci, escludendo ovviamente quelli spumanti, si basa sempre sull’uso di uve che abbiano perso parte della loro acqua ottenendo così una concentrazione del succo e una maggiore quantità di zucchero. La riduzione dell’acqua negli acini dell’uva è un processo naturale che si verifica in due modi principali: lasciando i grappoli sulla pianta e attendere che gli acini appassiscano, oppure raccogliere l’uva quando è matura e lasciarla appassire in locali protetti e ben aerati, disposti su graticci oppure appesi. Il metodo più comune è quello di lasciare appassire le uve sulla pianta, soprattutto in quei luoghi dove particolari condizioni climatiche favoriscono lo sviluppo di una muffa, apparentemente un fattore negativo, ma che in realtà aggiunge caratteristiche uniche e straordinarie al vino. Questa particolare muffa, da considerarsi come una vera e propria benedizione, il cui nome scientifico è Botrytis Cinerea, è capace di conferire alle uve in cui si sviluppa, aromi e sapori assolutamente unici e, a causa della sua azione, contribuisce notevolmente alla riduzione dell’acqua negli acini dell’uva.
Lo sviluppo di questa muffa, comunemente detta muffa nobile, si verifica esclusivamente in aree dove particolari condizioni ambientali e climatiche ne assicurano la formazione sulla buccia degli acini d’uva. L’azione della muffa nobile nei vini dolci, per questo motivo detti anche vini muffati o vini botritizzati, è sempre un fattore positivo in quanto è capace di conferire aromi e sapori caratteristici e unici, difficili da spiegare con le parole o per analogia, ma che diventano inconfondibili subito dopo averli percepiti per la prima volta. Le definizioni per analogia più frequenti che si sono utilizzate per la descrizione dell’aroma conferito dalla muffa nobile comprendono miele, spezie, albicocca, nocciola, caramella mou e caramello; in tutta onestà nessuno di questi riesce a descriverlo, forse possono dare una vaga idea, ciò che è certo è che l’aroma conferito dalla Botrytis Cinerea è unico, gradevole, elegante e molto apprezzato. Questa preziosa muffa viene detta in Italiano muffa nobile, in Francese pourriture noble, in Inglese noble rot, in Tedesco edelfäule e in Ungherese Aszú; in ognuno di questi paesi è sempre e comunque la benvenuta nei vigneti e consente di produrre grandi, grandissimi vini.
La prima testimonianza relativa alla scoperta degli effetti della muffa nobile sul vino risale verso la metà del XVII secolo ad opera di un prete Ungherese, ma pare che fosse già conosciuta dai Greci più di 2000 anni fa. Lo sviluppo della muffa nobile, che necessita di particolari condizioni ambientali e climatiche, soprattutto di favorevoli condizioni di umidità, è frequente in certe zone dell’Ungheria, Austria, Germania, Francia, Italia, Australia e Nord America. La comparsa della muffa nobile è piuttosto imprevedibile, ha bisogno di una buona umidità per la sua formazione e di un clima secco per potere essere mantenuta in vita. La ripetizione di queste condizioni climatiche e in giorni consecutivi, in particolare di notti fresche e umide seguite da giornate calde e secche, assicurano lo sviluppo della muffa nobile che compare nell’uva dopo circa due o tre giorni. La muffa nobile preferisce in genere uve a bacca bianca dalla buccia piuttosto spessa e con grappoli compatti, e nel caso in cui le condizioni climatiche non sono favorevoli, soprattutto in condizioni di eccessiva e costante umidità, può facilmente degenerare in un altro tipo di muffa dagli effetti opposti: la muffa grigia o marciume, un fattore che rovina irreparabilmente le uve rendendole inutilizzabili per la produzione di vino. La comparsa della muffa nobile nei vigneti fa letteralmente stare il viticoltore con il fiato sospeso, in quanto, se le condizioni non sono favorevoli, da uve pregiate si ritroverà ad avere uve inutilizzabili, una preoccupazione che ha termine solamente dopo la vendemmia.
Gli Aromi
Le caratteristiche aromatiche dei vini dolci prodotti con uve appassite sono piuttosto complessi e variano a seconda della tipologia. Una caratteristica che è in genere comune a tutti i vini dolci prodotti con uve appassite è la ricchezza e l’intensità degli aromi, spesso si ha la sensazione che ogni volta si annusa nel bicchiere emerga un nuovo aroma e l’elencazione sembra essere infinita. Nei vini dolci prodotti con uve rosse saranno frequenti aromi di frutta rossa e nera, come prugna, fragola, mora, amarena, ciliegia, mirtillo, lampone e ribes, spesso anche aromi di confetture preparate con gli stessi frutti. Non mancano nemmeno aromi di fiori appassiti, come la viola e rosa, così come aromi più particolari, come il cioccolato e il cacao, e spezie, come il cardamomo, la cannella e la vaniglia, nel caso in cui il vino sia stato maturato in botte. Nei vini bianchi dolci la gamma aromatica è certamente più variegata e complessa. Nei vini dolci prodotti con uve aromatiche, come il Moscato di Pantelleria, la Malvasia delle Lipari e il Moscato Passito di Chambave, sarà molto evidente l’aroma dell’uva, spesso anche di uva appassita. Nei vini prodotti con uve attaccata dalla muffa nobile, come il Sauternes, il Tokaji Aszú, i Muffati di Orvieto e i vini dolci Tedeschi e Austriaci, l’apporto aromatico della Botrytis Cinerea sarà evidente e spesso predominante. Il gradevole ed elegante aroma della muffa nobile è, come già detto, piuttosto difficile da definire per mezzo delle parole o per analogia, molti lo hanno paragonato a quello del miele, spezie, albicocca, nocciola, caramella mou e caramello, nessuno di questi in realtà gli somiglia, forse, potrebbe essere definito come il loro insieme in proporzioni diverse.
In questi vini è la gamma aromatica della frutta a dominare, molto spesso di frutta secca e in confettura, come l’albicocca, pesca, mela cotogna, pera, mela e fico, ma anche di frutta esotica, come banana, litchi, mango e ananas. Non mancano nemmeno gli aromi di fiori, spesso secchi, come l’acacia, il fiore d’arancio e la ginestra. La serie aromatica dei vini bianchi dolci continua con aromi di frutta candita, in particolare la buccia d’arancio e di altri agrumi, miele ottenuto dai più svariati fiori, caramello, cioccolato, brioche, mandorla e nocciola. Spesso si possono trovare aromi di spezie, come la cannella, l’anice e la vaniglia, anche in questo caso, nel caso in cui il vino sia stato maturato in contenitori di legno. Gli aromi tipici dei vini dolci prodotti con uve bianche sono molteplici e, in genere, molto complessi, nei vini affinati in bottiglia per diversi anni la serie diventa ancora più ricca di aromi che sorprendono e che non ci si aspetterebbe di trovare in un vino.
Il Gusto e l’Equilibrio
Quando un vino dolce entra in bocca di certo l’impatto non lascia indifferenti. I suoi sapori sono in genere intensi, confermano gli aromi percepiti al naso, la dolcezza è chiaramente percettibile sin dall’inizio e una piacevole sensazione di morbidezza vellutata pervade la bocca. Una caratteristica piacevole di questi vini è che in genere hanno una persistenza gusto olfattiva molto lunga, come nessun altro vino. Non è raro trovare vini dolci con persistenze gusto olfattive che superano i 15 secondi e che talvolta sono misurabili addirittura in minuti piuttosto che in secondi.
Nonostante questa premessa potrebbe fare apparire i vini dolci un nettare paradisiaco, e di fatto possono esserlo, ciò che rende questi vini piacevoli e straordinari al gusto è il loro equilibrio. A causa della presenza dello zucchero, questi vini potrebbero apparire stucchevoli e pastosi se non bilanciati adeguatamente da altri componenti. A causa delle diverse quantità di sostanze presenti nei vini dolci bianchi e rossi, è necessario distinguere l’equilibrio delle due tipologie. La caratteristica comune ad entrambi è certamente l’alcol e lo zucchero, mentre nei vini rossi dolci è frequente la presenza di tannini, e quindi della sensazione tattile dell’astringenza; nei vini bianchi dolci la quantità di acidi è più elevata, spesso anche apprezzabile al gusto.
Il fattore critico dei vini dolci è rappresentato dalla quantità di zuccheri residui e da questo fattore dipende l’intero equilibrio. L’alcol, che ha un sapore tendenzialmente dolce, svolge in parte una funzione di equilibrio sullo zucchero in quanto la sua azione pseudocalorica abbassa la percezione relativa dello zucchero. Nei vini dolci rossi, dove troviamo i tannini, lo zucchero svolge una funzione di equilibrio nei confronti dell’astringenza in quanto tende ad attenuarla, funzione che è svolta anche dall’alcol. Va inoltre ricordato che lo zucchero tende a rallentare la percezione di astringenza. Nei vini bianchi dolci sarà l’acidità a svolgere un ruolo importante per l’equilibrio. La dolcezza e l’acidità tendono equilibrarsi a vicenda, lo zucchero renderà quindi equilibrato un vino molto acido, mentre l’acido eviterà al vino di essere stucchevole o pastoso. Questo è il caso specifico dei vini dolci Tedeschi che, nonostante la loro spiccata acidità, risultano molto equilibrati grazie alla reciproca tendenza di questi due componenti ad equilibrarsi: il vino non sarà né stucchevole né acido, ma perfettamente e piacevolmente equilibrato.
Icewine
I vini dolci hanno da sempre affascinato i sensi e la fantasia degli appassionati di vino di tutti i tempi. Spesso costosi e rari, la loro presenza era praticamente costante nelle tavole dei nobili e delle classi benestanti, anche come segno di ricchezza. Ricchi, densi, dolci, complessi negli aromi e nei sapori, i vini dolci offrono un’esperienza sensoriale unica. Tuttavia, non basta solo la dolcezza per fare un grande vino dolce poiché non tutti i metodi usati per aggiungere o mantenere lo zucchero in un vino producono gli stessi risultati, né dal punto di vista organolettico né dal punto di vista della qualità. Esistono infatti diversi modi per produrre un vino dolce, di questi il meno “nobile” è certamente quello che prevede l’aggiunta di zucchero al termine della produzione. Quello che affascina dei vini dolci è la loro complessità organolettica, quello straordinario concentrato di aromi e di sapori che vanno ben oltre alla dolcezza, un risultato che si ottiene principalmente dalla concentrazione delle sostanze contenute nell’acino dell’uva.
Anche la maturazione – o per meglio dire la sovramaturazione – dell’uva svolge un ruolo importante nel risultato finale, poiché questo processo naturale provoca l’aumento degli zuccheri e l’esaltazione degli aromi “maturi”, diminuendo nel contempo l’acidità. Nonostante questo sia un ottimo metodo per ottenere il massimo della dolcezza dall’uva, in realtà anche l’acidità svolge un ruolo di primaria importanza, essenziale per l’armonia e l’equilibrio del vino. Uno dei metodi più antichi per la produzione dei vini dolci è quello di raccogliere le uve mature e lasciarle appassire all’aria – appese in appositi telai oppure disposte su graticci – così da favorire la progressiva perdita d’acqua con il risultato di concentrare il succo. Alternativamente, si consente all’uva di appassire direttamente nella vite che sarà poi vendemmiata quando avrà raggiunto il giusto grado di concentrazione e appassimento.
Un altro metodo – attuabile solamente nelle zone che offrono le giuste condizioni climatiche e ambientali – utilizza un fattore che potrebbe sembrare deleterio per la salute dell’uva e del vino, ma che nelle giuste condizioni regala al succo dell’uva qualità organolettiche estremamente raffinate: la muffa. Si tratta di una muffa particolare – la Botrytis Cinerea – che in condizioni favorevoli regala nettari divini e che invece quando si sviluppa eccessivamente condanna alla rovina l’intero raccolto. La Botrytis Cinerea, detta anche muffa nobile fino a quando non si sviluppa eccessivamente facendo letteralmente marcire l’uva, costituisce un serio problema per ogni viticoltore, benvenuta solamente nelle uve destinate alla produzione dei vini dolci muffati, combattuta in tutti gli altri casi. La muffa nobile, penetrando nella buccia dell’acino dell’uva alla ricerca di nutrimento, favorisce la perdita dell’acqua concentrandone il succo, conferendo inoltre i propri caratteri organolettici.
Esiste un altro metodo per concentrare il succo dell’uva: congelare l’acqua all’interno degli acini e provvedere subito dopo alla pigiatura. Questo sistema può essere ottenuto in due modi distinti, uno assolutamente naturale ottenuto in zone particolarmente fredde, l’altro mediante la congelazione artificiale degli acini d’uva. Quest’ultimo metodo viene definito come crioestrazione ed è utilizzato, con lo scopo di concentrare il mosto, anche nella produzione di altri vini. Dove le condizioni climatiche lo consentono, questo metodo è realizzato naturalmente grazie alle basse temperature invernali, raccogliendo i chicchi d’uva congelati direttamente dalla vite. Nascono così i pregiati ed eccellenti eiswein, come sono chiamati in Germania e in Austria, e gli icewine – o ice wine – nome con il quale sono conosciuti in Canada. Altra caratteristica degli eiswein è l’assenza della Botrytis Cinerea, pertanto l’acidità in questi vini sarà piuttosto spiccata, pur sempre mantenendo un perfetto e straordinario equilibrio con le altre qualità organolettiche.
Le origini dell’eiswein non sono molto chiare: l’unica informazione certa è che sono stati “inventati” in Germania. Alcuni ritengono che il metodo di produzione di questi vini sia stato “scoperto” accidentalmente nel 1794 in Franconia, la celebre regione che si trova nella parte centro-meridionale della Germania. Sembra che nel 1794, nella città di Würzburg si sia verificata una gelata inattesa e che provocò il congelamento delle uve. I viticoltori della zona, con lo scopo di salvare comunque il raccolto, decisero di pigiare quelle uve e ne ricavarono un mosto estremamente concentrato e che produsse quel vino oggi famoso come eiswein. Questa non è comunque l’unica ipotesi sulla nascita degli eiswein. Secondo altre ipotesi, sembra che il primo eiswein della storia fu prodotto a Dromersheim – nella Rheinhessen – con le uve dell’annata 1829, un’annata particolarmente rigida. Pare che nell’inverno del 1829-1830, i viticoltori di quella zona, cercando di recuperare le uve danneggiate dalle gelate con lo scopo di usarle per l’alimentazione del bestiame, notarono che il succo era eccezionalmente dolce.
Decisero quindi di pigiare quelle uve “congelate” e dal poco mosto che ne ricavarono, produssero un vino dolce e squisito: l’eiswein. Sarà solo verso la fine degli anni 1960 che questa tecnica fu migliorata e perfezionata per opera del dott. Hans Georg Ambrosi, l’uomo riconosciuto come il “padre dell’Eiswein”. Hans Georg Ambrosi iniziò i suoi esperimenti sull’Eiswein nel 1955, quando si trovava in Sud Africa per motivi di studio. Quando tornò in Germania continuò i suoi studi su questo vino e fondò una cantina nella Renania, iniziando a produrre l’Eiswein. Altri produttori tedeschi seguirono il suo esempio e l’Eiswein diventò un prodotto tipico della Germania. Nonostante la Germania sia considerata la patria dell’Eiswein, le condizioni climatiche non consentono la sua produzione ogni anno. Dove invece la produzione dell’Eiswein è garantita ogni anno è il Canada, qui chiamato Icewine, diventato in poco tempo il principale produttore mondiale di questo tipo di vino.
Il Canada entra ufficialmente nella storia di questo vino nel 1973, anno nel quale fu prodotto il primo Icewine del paese per opera di Walter Hainle, un tedesco emigrato in Canada nel 1970. Grazie alle costanti condizioni climatiche invernali, contrariamente alla Germania, il Canada produce ogni anno Icewine, una condizione che ha consentito la sperimentazione e il miglioramento della tecnica di produzione. Il successo mondiale dell’Eiswein e dell’Ice Wine si affermerà negli anni 1990 grazie alle produzioni di Canada, Germania e Austria, entrando ufficialmente nell’olimpo dei grandi vini da dessert del mondo. Gli Eiswein – Icewine sono infatti considerati fra i vini da dessert più ricercati e apprezzati nel mondo, e spesso la produzione non è sufficiente a soddisfare le richieste del mercato. La principale zona di produzione dell’Icewine è la Penisola del Niagara, nell’Ontario, dove si produce principalmente Icewine da Vidal, un’uva ibrida di origine francese.
Produzione dell’Eiswein – Icewine
La produzione dell’Eiswein – o Icewine – è un processo laborioso che richiede la presenza di condizioni climatiche specifiche e particolari procedure di vinificazione. Prima di tutto, il freddo. I grappoli d’uva sono lasciati sulla vite durante i mesi invernali e le ripetute gelate favoriscono la concentrazione degli zuccheri, degli acidi e delle sostanze aromatiche, con il risultato di esaltare la complessità organolettica del succo. La lunga attesa per l’arrivo del freddo rappresenta tuttavia una condizione di rischio piuttosto concreta, poiché durante questo periodo l’uva potrebbe essere danneggiata da diversi fattori. Infatti, nel caso in cui la gelata non arrivi nel tempo giusto, senza ritardare eccessivamente, le uve potrebbero essere facile preda della muffa, provocando la perdita del raccolto. Tuttavia, se la gelata è troppo rigida, gli acini dell’uva si “congelerebbero” eccessivamente, non consentendo l’estrazione del succo concentrato.
Le uve sono raccolte in pieno inverno, quando la temperatura è solitamente inferiore a -8°C e l’acqua all’interno degli acini è congelata in cristalli di ghiaccio. Il lavoro della vendemmia deve essere svolto nel più breve tempo possibile, poiché l’uva deve essere pigiata prima del suo scongelamento, generalmente nelle ore notturne o nelle prime ore del mattino, cioè quando la temperatura raggiunge i valori minimi della giornata. Anche i locali di vinificazione dovranno avere una temperatura molto bassa così da evitare lo scongelamento delle uve prima della pigiatura. Poiché l’acqua contenuta negli acini è congelata in cristalli di ghiaccio, questa non sarà estratta e il poco succo che si ricava dalla pigiatura è un mosto estremamente concentrato, ricco di zucchero e acidi. La concentrazione di zucchero negli Eiswein – Icewine è generalmente compresa fra 180 e 320 grammi per litro, una quantità tale da rendere la fermentazione estremamente lenta.
La fermentazione del mosto per la produzione degli Eiswein può richiedere anche alcuni mesi e la vinificazione è svolta sia in contenitori inerti – come le vasche d’acciaio – sia in botti di rovere o barrique. Gli Eiswein sono generalmente prodotti con uve a bacca bianca, tuttavia non mancano esempi di vini prodotti con uve a bacca rossa. Fra le varietà utilizzate per la produzione degli Eiswein – Icewine il Riesling è certamente l’uva più importante, seguita dal Vidal, tipica delle produzioni Canadesi. Fra le altre uve a bacca bianca utilizzate per la produzione di questi vini si ricordano: Chardonnay, Chenin Blanc, Ehrenfelser – un incrocio fra Riesling e Sylvaner – Gewürztraminer, Kerner, Pinot Bianco e Seyval Blanc, un ibrido ottenuto in Francia all’inizio del XX secolo dall’incrocio di due ibridi di uva Seibel. Fra le uve a bacca rossa, la più tipica è il Cabernet Franc, tuttavia si utilizzano anche Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero e, marginalmente, Syrah.
Zone di Produzione
La tecnica di produzione degli Eiswein – Icewine è utilizzata in diversi paesi del mondo, tuttavia i rappresentati principali di questo vino sono Canada, Germania e Austria. La condizione essenziale per la produzione di questi eccellenti vini dolci è rappresentata da un inverno con temperature molto rigide, tali da provocare il congelamento dell’acqua contenuta all’interno dei chicchi d’uva. Gli Eiswein – Icewine sono prodotti, seppure in quantità limitate, anche in Australia, Croazia, Francia – conosciuti come Vin de Glace – Italia, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Stati Uniti d’America e Ungheria. La produzione degli Eiswein – Icewine è regolata da apposite leggi in ognuno di questi paesi e in alcuni casi i disciplinari di produzione sono molto rigidi con lo scopo di garantire la migliore qualità. Una delle tecniche più controverse nella produzione di questi vini è la cosiddetta crioestrazione, che consente il congelamento artificiale degli acini d’uva, consentendo quindi la produzione anche in zone o in annate con stagioni invernali non particolarmente fredde.
La crioestrazione, per esempio, è espressamente vietata in Canada, Germania e Austria, mentre in altri paesi questa tecnica è talvolta consentita. In Canada gli Icewine sono prodotti nella British Columbia e nell’Ontario, area nella quale si registra la maggiore quantità prodotta nel mondo, in particolare nella Penisola del Niagara. In Canada, la produzione degli Icewine è regolata da un apposito disciplinare istituito dalla Vintners Quality Alliance (Unione dei Viticoltori di Qualità), abbreviato in VQA. In Germania gli Eiswein sono rappresentati da una specifica categoria del sistema di qualità QmP (Qualitätswein mit Prädikat, Vini di Qualità con Predicato). Anche la produzione di Eiswein in Austria è disciplinato dal sistema di qualità del paese. Gli Eiswein austriaci sono infatti inclusi nel livello più alto del sistema – Prädikatswein – nel quale è prevista un’apposita categoria.
Liquorosi e Aromatizzati
VINI LIQUOROSI
Sono vini con grado alcolico molto elevato che si ottengono aggiungendo la mistella, un vino che si ha da mosto con grado alcolico naturale non inferiore a 12° reso infermentescibile per addizione di alcool etilico o acquavite fino a 16°-22°, acquavite di vino o mosto concentrato/cotto fino a raggiungere la gradazione alcolica complessiva non superiore al doppio di quello del vino base. L’alcool svolto di questi vini varia tra i 15° e i 22°, almeno 18° per i secchi o dry.
Marsala: vino liquoroso prodotto in provincia di Trapani, tranne Favignana, Alcamo e Pantelleria. La vinificazione è sia in bianco, che in rosso (poco). Quando si aggiunge la mistella o il resto, la fermentazione si blocca e il vino viene posto in botti scolme di rovere, dove inizia processo di ossidazione. Essendo molto alcolico, non può essere attaccato da batteri. Quasi tutti i marsala vengono fatti utilizzando il metodo Soleras.
Classificazione in base al colore:
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oro da uve bianche, ma senza
mosto cotto;
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ambra da uve bianche, con mosto
cotto;
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rubino da uve rosse;
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Classificazione in base al
residuo zuccherino:
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secco;
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semisecco;
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dolce;
Classificazione in base all’invecchiamento:
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fine 12 mesi;
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superiore 24 mesi;
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superiore riserva 48 mesi;
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vergine e/o soleras 60 mesi;
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vergine e/o soleras stravecchio
e/o riserva 10 anni;
In questo caso per il vergine si utilizza solo alcool etilico, quindi sono solo secchi, mentre nel fine o nel superiore solo mistella o mosto concentrato, quindi possono essere secchi, semisecchi o dolci.
Sherry o Jerez: da uve palomino de Jerez, Pedro Ximenez o Moscadel. Il terreno della zona è calcareo (albariza) ed è molto importante nel risultato finale. Si ha un breve appassimento e pressatura dolce, poi fermentazione in acciaio e maturazione in botti di rovere americano con metodo Soleras. Alcuni (fino e amontillados) fanno maturazione non ossidativa con il flor (lieviti).
Porto: prodotto nella valle del Dauro da uve bastardo, touriga nounsiunal e touriga francese. Fermentazione a temperatura controllata a 30° fino a quando si arriva a 6 – 7% di gradazione alcolica. Si aggiunge poi brandy o alcool etilico per bloccare la fermentazione. Il vino viene poi messo nelle pipe (botti 550-600l) e si aggiunge ancora alcool etilico. Infine si ha la maturazione in botte.
Madera: vino dell’isola portoghese Madeira con una produzione simile al Porto. L’unica differenza è che si riscalda il vino nelle estufas che da colore e sapore dolce – amaro tipico del caramello. Si classificano secondo il vitigno.
VINI AROMATIZZATI
Questi vini hanno titolo alcolometrico non inferiore al 10% e si ottengono addizionando acquavite, zucchero e estratti aromatizzati o alcool. Esempi di questi vini sono il Bardo chinato e il Vermounth.
I più importanti prodotti italiani e stranieri
MARSALA
La diffusione del più famoso vino liquoroso italiano è da attribuirsi al commerciante inglese John Woodhouse che nel 1773 si riparò a Marsala a causa di una tempesta. Avendo apprezzato il vino locale decise di spedirne una partita in Inghilterra rinforzandola con alcol etilico per farla resistere al viaggio. Nel 1832 furono i Florio i primi italiani ad occuparsi della produzione, seguiti dai Rallo e dai Pellegrino. Le uve provenienti dai vitigni GRILLO, INZOLIA, CATARATTO, PIGNATELLO ed altri subiscono i seguenti trattamenti:
1) vendemmia;
2) vinificazione in bianco: il
vino viene posto in contenitori da 3-400 litri, scolmi, nei quali
inizia la fermentazione;
3) concia: si aggiunge mosto
cotto per avere il tipo AMBRA (Marsala grezzo), altrimenti mistella e
mosto concentrato per ottenere i tipi FINE e SUPERIORE. Il grado di
dolcezza raggiunto è sicuramente influenzato dalla quantità di
mosto cotto aggiunto;
4) alcolizzazione: in presenza
della Guardia di Finanza per raggiungere un titolo alcolometrico di
18-21° si addiziona alcol etilico. In alcuni casi si esegue anche
l’aromatizzazione (es.: all’uovo);
5) invecchiamento: il metodo
fondamentale è il soleras che consiste nel disporre le botti a
caduta in maniera che si esegua il travaso di 1/3 del vino da quella
superiore alle due sottostanti. Ogni botte contiene vino di diverse
annate per arricchire il prodotto finale di aromi e profumi pregiati.
I Marsala si distinguono per
Colore:
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BIANCO, ORO, AMBRA;
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ROSSO, RUBINO.
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Grado Zuccherino
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SECCO fino a 40g/litro;
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SEMISECCO 40÷100g/litro;
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DOLCE oltre 100g/litro.
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Grado alcolico e invecchiamento
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FINE 1 anno 17% alcol minimo;
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SUPERIORE 2 anni 18% alcol
minimo;
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SUPERIORE RISERVA 4 anni 18%
alcol minimo;
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VERGINE e/o SOLERAS 5 anni 18%
alcol minimo (senza mistella);
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VERGINE e/o SOLERAS STRAVECCHIO
(Riserva) 10 anni 18% alcol minimo.
SHERRY
Lo SHERRY (o JEREZ o XERES) non è un liquore alla ciliegia come alcuni credono, ma è un “signor” vino. E’ un vino tradizionale, se vogliamo è un po’ il papà del nostro Marsala che nacque proprio per merito dell’Inglese John Woodhouse, il quale già conosceva le tecniche di produzione dello Sherry con arricchimento a base di alcol oppure di mosto alcolizzato.
Lo Sherry è un vino speciale di elevato grado alcolico, viene aggiunto anche qui del brandy locale come i vari Cardinal Mendoza e Carlos I che hanno conquistato grosse fette di mercato internazionale.
Il vitigno base è il PALOMINO, uva ricchissima di zuccheri un po’ come il Grillo che in Sicilia è la base per il Marsala, il quale consente già in fermentazione lo sviluppo di un elevato grado alcolico. Insieme al Palomino concorre non sempre un’altra uva chiamata PEDRO XIMENEZ. Il Palomino è un vitigno più raffinato dal punto di vista dei profumi mentre il Pedro Ximenez è qualcosa di più grasso e strutturato. Ci sono poi delle nicchie produttive che vedono il PEDRO XIMENEZ vinificato in purezza come il produttore Lustao che fa uno sherry con invecchiamento minimo di 40 anni in botte. Diventa una sorta di melassa che abbinata a praline di cioccolato è qualcosa di particolare.
La lavorazione è simile ad un vino normale con la differenza che le uve vengono fatte un po’ appassire e si aggiungono lieviti “filmogeni”. Questi microrganismi producono il “velo de flor”, un mantello in superficie che protegge il vino da fenomeni ossidativi e allo stesso tempo rilascia aromi particolari precipitando sul fondo. La tecnica di invecchiamento è la “soleras”, che consiste nel disporre le botti a caduta in maniera che si esegua il travaso di 1/3 del vino da quella superiore alle due sottostanti. Ogni botte contiene vino di diverse annate per arricchire il prodotto finale di aromi e profumi pregiati.
Il vino di Jerez, lo Sherry, può avere varie denominazioni che indicano semplicemente una diversità e non sono una classificazione di qualità:
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FINO: mai di grandissimo impatto
perché gioca tutto sulla finezza e l’eleganza dei profumi ed è un
vino secco;
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AMONTILLADO: così chiamato
perché le uve vengono tratte da una piccola zona chiamata Montilla,
uno sherry più grasso e potente prodotto anche in versione meno
secca, un po’ abboccata;
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MANZANILLA: secco, delicato e
pallido;
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OLOROSO: che è un prodotto
spesso e volentieri particolarmente pregiato dai profumi molto
intensi. I migliori sono quelli secchi;
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PALO CORTADO: ormai raro,
normalmente rappresenta la riserva che le case si scelgono con le
migliori uve spesso anche surmaturate.
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NB: Da non confondere con lo
Cherry Brandy (alc. 34% Vol.), che è un liquore dolce, mediamente
alcolico, a base di ciliegie e loro derivati. Di antica tradizione e
produzione è diffuso in tutta Europa dalla Danimarca alla Penisola
Balcanica. E’ un liquore delicato che, nel profumo e nell’aroma
ricorda il frutto da cui proviene; le sue note aromatiche infatti
ricordano i fiori di ciliegio, poi via via la rosa ed il lampone.
Tipico liquore da dessert, va servito a temperatura ambiente.
PORTO
Il grande vino portoghese è ancora oggi rappresentato dal PORTO, il più famoso e diffuso vino liquoroso conciato.
Il Porto nasce nella valle del Douro (un fiume che nasce in Spagna col nome Duero), una zona nell’interno della città di Porto con presenza di vallate molto scoscese, dove ci sono forti escursioni termiche che danno carattere e concentrazione zuccherina alle uve, ma lasciano inalterato il patrimonio acido (una buona presenza di acido fa da inibitore alla fermentazione). Si produce con una quindicina di varietà di uve, tutte rigorosamente autoctone portoghesi e la principale è la TOURIGA NACIONAL.
Il Porto è un vino speciale, arricchito, dal grado alcolico elevato. La vinificazione avviene nel modo più tradizionale che si possa immaginare e in alcune aziende l’uva si pigia ancora con i piedi. Durante questa vinificazione si arricchisce il mosto per aumentare il grado alcolico aggiungendo il più delle volte del brandy (Aguardente), dai 13°-15° naturali si arriva fino a 18°-20° tipici del Porto. Anche le botti utilizzate per l’invecchiamento sono piuttosto vecchie, nulla è lasciato all’innovazione ma il Porto resta un vino di grande fascino.
Ovviamente il Porto non è tutto uguale, ha una sua classificazione e la maggior parte dei nomi è inglese perché proprio gli Inglesi lo hanno scoperto, valorizzato e commercializzato.
Le tipologie più commerciali sono blended, cioè ottenute con uve di diverse annate.
Il Porto RUBY è il prodotto base dal colore rubino chiaro molto trasparente, non di grande struttura e piuttosto facile da bere. E’ un vino di solito invecchiato 4 o 5 anni in legno con uve non particolarmente selezionate, è sempre un blend di varie annate in modo da ottenere un prodotto simile tutti gli anni ma massificato.
Salendo di livello troviamo il Porto TAWNY, con un invecchiamento di norma un po’ superiore, dai 4 ai 6 anni in botte, frutto di uve un po’ più selezionate e soprattutto più concentrate che danno un corpo di solito più importante ed interessante. Cambiamo letteralmente categoria e tipologia quando andiamo a conoscere il vero grande Porto che si chiama VINTAGE: prende questo nome perché è fatto con uve millesimate, cioè di una sola vendemmia, ma solo nelle grandi annate.
Ma quali sono le grandi annate? Le grandi annate in Portogallo sono stabilite da un organismo governativo, c’è una apposita commissione che dice che in una determinata annata si può imbottigliare il vino e venderlo come Porto Vintage. E’ difficile che in un decennio ci siano più di 3 o 4 vintage, negli anni ’90 ci sono stati il 91 il 94 ed il 97 già in commercio, poi si vedrà.
Produrre del Porto Vintage è quindi molto costoso, si utilizzano uve ultra selezionate, le migliori che un’azienda può avere insieme alle botti più idonee per l’invecchiamento che viene ridotto a 2 anni proprio per stancare e ossidare meno il vino che dovrà sostenere un lungo affinamento in bottiglia. I grandi Porto Vintage costano molto cari, appena escono sul mercato non c’è proporzione con il Ruby ed il Tawny (almeno 10 volte di più). Come capacità di evolversi e mantenersi in bottiglia, 50 anni sono un tempo medio ma spesso vengono superati.
I nomi più importanti sono Quinta do Fonseca (“quinta” significa “azienda”, “proprietà”),Quinta do Noval, Dow e altre, quasi sempre in mano a proprietà inglesi.
Il LATE BOTTLED VINTAGE (LBV) è un vino di una determinata annata imbottigliato più tardi, anziché 2 anni di invecchiamento in legno ne subisce da 4 a 6. Sta un po’ a metà strada tra il Vintage e gli altri Porto e rappresenta una sorta di 2ª fascia produttiva. La maturazione del Porto, indipendentemente da dove le aziende siano ubicate viene effettuata in una località poco distante da Porto, Vila Nova de Gaja, una città-cantina dove una volta le botti venivano trasportate dalle chiatte sul corso del fiume Douro. Un vino del genere si utilizza con abbinamenti particolari come formaggi piccanti (Roquefort, Castelmagno, pecorino di fossa), cioccolato fondente, Sacher torte.
MADEIRA
Il nome Madeira deriva dall’omonima isola a largo delle coste portoghesi. La produzione è analoga a quella del Porto con la differenza che il vino è sottoposto ad oscillazioni termiche fino ai 50°C mediante stufe (estufas). Questa fase della lavorazione ha origine dai viaggi eseguiti nei secoli scorsi durante i quali le navi cariche di vino portoghese facevano rotta per le Americhe attraversando anche a linea equatoriale e sottoponendo il carico ad oscillazioni termiche che al momento erano indesiderate ma che conferivano al vino caratteristiche di pregio. Per vini Madeira con invecchiamento superiore ai 10 anni è proibito il metodo soleras, cioè delle botti “a caduta” (cfr. Marsala).Il miglior Madeira è millesimato. In ordine crescente di qualità si ha questa classificazione:
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SERCIAL;
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VERDELHO;
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BUAL (meno dolce, fumé);
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MALMSEY (dolce, ambra scuro).